Oli usati, la rigenerazione riduce del 41% l’impatto climatico

di Redazione

27/07/2026

Oli usati, la rigenerazione riduce del 41% l’impatto climatico
La gestione degli oli minerali usati comincia spesso in luoghi ordinari come un’officina, uno stabilimento industriale, un deposito, un’area di servizio. Qui, un prodotto ormai giunto al termine del proprio utilizzo diventa un rifiuto pericoloso, da prelevare, trasportare e analizzare prima di stabilirne la destinazione. Il Rapporto di Sostenibilità 2025 del CONOU ricostruisce questo percorso e ne misura gli effetti lungo tre direttrici: tutela ambientale, salute ed economia.

Nel corso dell’anno la filiera ha raccolto 194,5 mila tonnellate di oli usati, il 3,5% in più rispetto al 2024. Il dato acquista significato se confrontato con le circa 389 mila tonnellate di lubrificanti immesse al consumo in Italia. Il rapporto tra raccolto e immesso ha superato il 51%, mentre gli standard europei individuano intorno al 47% il livello medio teorico di recuperabilità. Una quota del lubrificante, infatti, viene consumata durante l’impiego oppure resta incorporata nei prodotti e nei processi industriali. La raccolta intercetta quindi una quantità prossima al massimo tecnicamente disponibile.

Dietro questo risultato opera una rete composta da 58 concessionari e 688 automezzi, che nel 2025 hanno percorso 23,1 milioni di chilometri. I ritiri hanno raggiunto circa 120 mila produttori e siti in tutta Italia, per l’88% officine e per il restante 12% realtà industriali. È una geografia frammentata, nella quale grandi volumi e piccoli prelievi convivono. Quasi la metà dell’olio recuperato, circa 91,5 mila tonnellate, proviene dalla micro-raccolta, cioè da interventi inferiori ai mille chilogrammi. Un’attività capillare che porta il servizio anche presso operatori con quantità ridotte e in contesti logistici più complessi. Una volta raccolto, l’olio viene sottoposto a controlli qualitativi che ne determinano il successivo trattamento. Nel 2025, 187 mila tonnellate, oltre il 98% del totale, sono state avviate a rigenerazione. Altre 3,4 mila tonnellate hanno seguito il canale del recupero, mentre circa 400 tonnellate sono state destinate alla termodistruzione. Le raffinerie hanno processato complessivamente circa 186 mila tonnellate, ricavando basi lubrificanti rigenerate, gasoli, bitumi, idrocarburi leggeri e acqua.

Il passaggio centrale consiste proprio nella rigenerazione. L’olio usato torna a essere materia prima e rientra nel ciclo produttivo, sostituendo parte delle risorse vergini necessarie alla produzione degli stessi beni. Per misurare gli effetti di questo modello, il Rapporto utilizza la metodologia Life Cycle Assessment, che considera l’intero ciclo di vita e confronta la filiera CONOU con uno scenario alternativo basato sull’estrazione e sulla raffinazione di materie prime vergini. Gli output presi in esame restano equivalenti: basi lubrificanti, diesel, prodotti bituminosi e olio combustibile. A cambiare è il percorso necessario per ottenerli. Dal confronto emerge un bilancio netto di oltre 86 mila tonnellate di CO₂ equivalente evitate in un anno. L’impatto climatico del sistema consortile risulta inferiore del 41% rispetto allo scenario convenzionale. Anche la filiera della rigenerazione genera emissioni, legate soprattutto agli impianti, ai trasporti e allo stoccaggio; il vantaggio complessivo deriva dalla sostituzione delle fasi di estrazione e raffinazione del petrolio necessarie per produrre nuove basi lubrificanti.

La stessa logica riguarda il consumo delle risorse. Il fabbisogno di combustibili fossili risulta più basso dell’83%, per un beneficio stimato in circa 7,4 milioni di gigajoule all’anno. Il risparmio idrico raggiunge circa 40 milioni di metri cubi, con un impatto inferiore del 77%, mentre l’indicatore relativo all’uso e alla trasformazione del suolo registra una riduzione del 91%. In quest’ultimo caso il confronto comprende anche le infrastrutture associate alla produzione da materia prima vergine, dagli impianti estrattivi alle raffinerie, fino alle opere logistiche e di servizio.

L’analisi amplia poi il campo ad altre forme di pressione ambientale. L’acidificazione di suoli e acque, collegata alla diffusione di sostanze come ossidi di zolfo e di azoto, presenta un impatto inferiore del 70%. La riduzione potenziale dello strato di ozono scende del 78%, mentre l’eutrofizzazione, cioè l’eccessivo accumulo di nutrienti negli ecosistemi acquatici, registra una diminuzione del 61%. Il quadro comprende anche gli effetti sulla salute umana. La metodologia considera l’esposizione a sostanze tossiche e l’incidenza associata alle emissioni di particolato fine e dei suoi precursori. Rispetto allo scenario fondato sulle materie prime vergini, l’impatto risulta inferiore del 33% per la tossicità cancerogena e dell’84% per quella di altra natura. Per il particolato PM2.5, l’incidenza stimata delle patologie diminuisce dell’80%.

Alla dimensione ambientale si affianca quella produttiva. Nel 2025 il CONOU ha generato un valore economico superiore a 83 milioni di euro, distribuendone circa 82,8 milioni lungo la filiera, in larga parte attraverso i costi operativi necessari al funzionamento del sistema. Raccolta, trasporto, analisi, stoccaggio e rigenerazione coinvolgono complessivamente oltre 1.980 addetti. Il Rapporto restituisce così l’immagine di una filiera nella quale il risultato ambientale dipende da una successione di attività industriali e logistiche: raggiungere i luoghi in cui il rifiuto viene prodotto, verificarne le caratteristiche, individuare il trattamento adeguato e trasformarlo in nuova materia. È lungo questa catena che la circolarità assume una misura concreta, espressa in tonnellate raccolte, risorse risparmiate, emissioni evitate e valore economico distribuito.