Nel 2024 il tasso di utilizzo di materiali riciclati nell’Unione Europea ha raggiunto il 12,2%. È il valore più alto mai registrato dal 2010, ma l’incremento rispetto all’anno precedente è minimo: +0,1 punti percentuali. In quasi dieci anni la circolarità europea è cresciuta di un solo punto. Questo andamento solleva un tema di fondo: il dato è positivo, ma non indica un’accelerazione. Mostra invece una stabilità che non coincide con gli obiettivi fissati dall’UE, che prevedono un raddoppio della circolarità entro il 2030.
La media europea, inoltre, nasconde squilibri significativi tra gli Stati membri. Nel 2024 Paesi Bassi, Belgio e Italia registrano i valori più alti, con livelli superiori al 20%. In fondo alla classifica compaiono Romania, Finlandia e Irlanda, con percentuali comprese tra l’1% e il 3%. Questa forbice non è solo geografica: riflette differenze industriali, strutturali e regolatorie. Senza una convergenza reale, la media europea continuerà a rappresentare un equilibrio apparente, più statistico che strategico.
La disomogeneità emerge anche quando si osservano i materiali. I minerali metallici mostrano tassi di riciclo superiori al 20%, i minerali non metallici superano il 14%. Biomasse e materiali energetici fossili restano invece molto indietro. Per i materiali fossili il valore non raggiunge il 4%. Ciò indica che le filiere più mature — come quelle dei metalli — sostengono il dato complessivo, mentre altre filiere continuano a dipendere quasi interamente da materia prima vergine. Parlare di “circolarità europea” come fenomeno unitario è, di fatto, improprio.
La qualità del riciclo è un altro punto critico. Una quota significativa dei materiali reimmessi nei cicli produttivi è costituita da frazioni a basso valore aggiunto. In molti casi la sostituzione con materiali vergini non è tecnicamente possibile o non è economicamente vantaggiosa. La circolarità, quindi, non dipende solo dalla quantità di materiale riciclato, ma dalla capacità di mantenere valore, proprietà e funzionalità. Senza questo passaggio, la crescita del riciclo non incide in modo sostanziale sui modelli produttivi.
Il quadro regolatorio europeo è in fase di revisione, ma non ancora in grado di garantire un salto di scala. Il mercato delle materie prime seconde rimane frammentato. I criteri “end-of-waste” non sono uniformi tra Paesi. La domanda industriale di materiali riciclati è instabile. L’infrastruttura di trattamento non è omogenea. L’assenza di standard chiari e di incentivi stabili rende difficile pianificare investimenti a lungo termine.
Un ulteriore elemento riguarda il consumo complessivo di materia. Anche con un aumento del tasso di riciclo, se l’uso di risorse primarie continua a crescere, la circolarità non compensa la pressione estrattiva. Alcuni Stati membri che migliorano le percentuali di riciclo registrano al tempo stesso un aumento dei consumi, con un risultato netto insufficiente. Il tasso di circolarità è un indicatore utile, ma non misura la riduzione assoluta dell’impatto.
Per le economie più performanti, come l’Italia, il dato superiore al 20% indica una capacità consolidata di trasformare i rifiuti in risorsa, soprattutto nei comparti industriali tradizionali. Questa posizione, però, non elimina la necessità di intervenire su progettazione dei prodotti, durata, riparabilità, riuso e riciclo ad alto valore. Una quota elevata di riciclo non equivale automaticamente a un modello circolare. Servirebbe, in questo senso, ridurre la dipendenza da materia vergine e integrare la logica circolare nelle scelte industriali, non solo nella fase di trattamento dei rifiuti.
Il dato Eurostat del 12,2% è, in sintesi, un indicatore parziale. Segnala un progresso, ma anche la lentezza della transizione. Mostra la complessità delle filiere e la necessità di politiche industriali coerenti, non solo ambientali. La sfida non è aumentare leggermente una percentuale, ma costruire un sistema capace di mantenere valore nella materia, stabilità nei processi e coerenza tra obiettivi e strumenti. Un tasso di circolarità più alto può essere un segnale positivo. Per ora è un punto di osservazione, non la prova di un cambiamento strutturale.