Per un modello lento e sostenibile del Garda

di Daniela Cavallo, Carla Broccardo, Fabio Millevoi, Lorenzo Trigiani

19/05/2026

Per un modello lento e sostenibile del Garda

Sul Lago di Garda sta nascendo un’idea di cultura molto diversa da quella a cui siamo abituati, non un cartellone di eventi, non una grande esposizione temporanea, non un progetto costruito soltanto per attrarre turisti o celebrare il patrimonio locale: a Bardolino il futuro diventa qualcosa che si attraversa a piedi. È questa l’intuizione alla base di “Bardolino 2029 – Laboratorio per visionari”, il progetto sviluppato per la candidatura di Bardolino e del Lago di Garda a Capitale Italiana della Cultura 2029. Un’iniziativa che parte dal paesaggio gardesano ma che, nelle intenzioni dei promotori, punta a diventare un modello replicabile in qualsiasi territorio italiano, perché il punto non è il lago, il punto è il metodo.

L’idea nasce da una domanda semplice quanto urgente: come possono oggi le comunità tornare a immaginare insieme il proprio futuro?

Viviamo in un tempo saturo di informazioni, scenari, crisi e trasformazioni continue. Si parla costantemente di cambiamento climatico, intelligenza artificiale, turismo sostenibile, nuove economie, transizione energetica. Ma raramente esistono spazi pubblici dove cittadini, imprese, scuole e istituzioni possano fermarsi a riflettere collettivamente su ciò che sta accadendo — e soprattutto su ciò che potrebbe accadere.

Laboratorio per visionari” nasce esattamente qui: dall’idea che la cultura possa tornare a essere uno strumento di immaginazione civica.

Per un modello lento e sostenibile del Garda

Sul Garda, a Bardolino nello specifico, questa idea prende forma attraverso una lunga camminata immersiva: un percorso di sei-otto chilometri che attraversa il territorio del Comune Gardesano trasformandolo in una sorta di laboratorio a cielo aperto. Ma non si tratta di un semplice itinerario turistico o naturalistico, il cammino diventa una struttura narrativa e partecipativa, dove ogni tappa invita i partecipanti a interrogarsi sul presente e sul futuro del territorio.

Il progetto si ispira infatti al modello dei “Tre Orizzonti”, utilizzato nei processi internazionali di future literacy e foresight strategico. La prima stazione, chiamata “Il Manager”, affronta il presente e le sue fragilità: cosa non funziona più? Quali modelli economici, sociali o culturali stanno diventando obsoleti? Attraverso installazioni narrative, contenuti audio e domande guida, i partecipanti costruiscono una mappa condivisa delle criticità contemporanee.

La seconda tappa, “L’Imprenditore”, si concentra invece sulle trasformazioni già in corso. Qui emergono innovazioni, sperimentazioni e opportunità: nuove forme di economia, turismo, sostenibilità, relazione tra tecnologia e territorio. I visitatori vengono coinvolti in esercizi creativi e pratiche collaborative che li trasformano da spettatori a co-autori di possibili scenari futuri.

Infine si arriva alla stazione più radicale: “Il Visionario”. È il luogo dell’immaginazione libera, qui il progetto abbandona il linguaggio della pianificazione tradizionale per aprire uno spazio quasi poetico e speculativo: come potrebbe cambiare il rapporto tra uomo e natura? Quali comunità potrebbero nascere nei prossimi decenni? Quali futuri oggi sembrano impossibili ma potrebbero diventare desiderabili?

Per un modello lento e sostenibile del Garda

La risposta non è affidata agli esperti, ma alla pluralità delle persone che attraversano il percorso.

Ed è forse proprio questo l’aspetto più innovativo del progetto: la democratizzazione dell’immaginazione.

Nel modello culturale tradizionale il pubblico partecipa consumando contenuti, qui invece contribuisce a produrli. Ogni partecipante lascia idee, riflessioni, immagini, mappe, suggestioni, tutto confluisce in quello che il progetto definisce “Museo dei Futuri Possibili”: un archivio dinamico e in continua evoluzione che raccoglie i desideri e le visioni emerse lungo il cammino.

Non un museo statico, dunque, ma una piattaforma viva capace di crescere stagione dopo stagione.

È anche questa dimensione processuale a rendere “Laboratorio per visionari” particolarmente interessante per altri territori. Perché il progetto non dipende esclusivamente dal paesaggio del Garda; certo, il lago offre uno scenario potente, simbolico e riconoscibile, ma la vera infrastruttura del progetto è invisibile: un metodo partecipativo leggero, accessibile e adattabile.

Non servono grandi opere architettoniche o investimenti monumentali, bastano un percorso, alcune stazioni narrative, strumenti digitali, facilitatori e una comunità disposta a mettersi in ascolto di sé stessa. Per questo il modello potrebbe essere trasferito quasi ovunque.

Per un modello lento e sostenibile del Garda

In una valle alpina potrebbe diventare un laboratorio sul futuro delle aree interne e dello spopolamento. In una città industriale potrebbe interrogare il rapporto tra produzione, ambiente e lavoro. In un territorio agricolo potrebbe affrontare i temi del clima e della sostenibilità alimentare. Nelle periferie urbane potrebbe trasformarsi in uno strumento di coesione sociale e partecipazione civica. La struttura resta identica. Cambiano le domande.

In un momento storico in cui molti territori cercano nuovi modelli di attrattività culturale e turistica, “Laboratorio per visionari” propone inoltre un cambio di paradigma importante: il visitatore non viene trattato come consumatore di eventi, ma come soggetto attivo di un’esperienza trasformativa.

È la responsabilità, e la consapevolezza, di avviare un pensare e un agire nuovi e necessari, dove il turismo diventa partecipazione, la cultura diventa esercizio collettivo di futuro, il paesaggio diventa spazio di pensiero. Ed è probabilmente questa la vera ambizione del progetto Bardolino 2029: non limitarsi a raccontare un territorio, ma offrire una nuova funzione pubblica della cultura.

Non più soltanto memoria del passato, ma allenamento condiviso al domani.