Perché parlare di jeans significa parlare di un mondo più sostenibile e circolare

di Silvia Governo

08/09/2021

"Jeans ed economia circolare" è stato uno degli ultimi temi affrontati durante la rassegna Genova Jeans, tenutasi nel capoluogo ligure dal 2 al 6 settembre. Come ha sottolineato il Ministro Cingolani, il tessile è tra le filiere più impattanti e hard-to-abate. Questo settore si trova dunque ad avere un ruolo cruciale tra le attività che rappresentano l’unica via percorribile per il raggiungimento degli obiettivi UE di decarbonizzazione stabiliti dall’Agenda di Parigi.

E così, parlando di jeans ed economia circolare, tra un presente in cerca di trasformazione, la valorizzazione dell’antica tradizione manifatturiera genovese del vecchio tessuto blu e la necessità di uno sviluppo realmente sostenibile di tutto il settore del tessile, il Ministro della transizione ecologica ha ricordato gli impegni e gli obiettivi che l’Europa è chiamata a perseguire per la riduzione di emissioni di anidride carbonica: il 72% di energia prodotta da energia rinnovabile entro il 2030 (oggi 25%) e il raggiungimento nel 2050 di emissioni nette pari a zero. Tra i settori più interessati, la manifattura, che pesa per il 30% nelle emissioni di anidride carbonica.

“L’elephant in the room” dell’industria della moda è la sovrapproduzione. A monte di questa tendenza, alimentata esponenzialmente negli ultimi anni dalle pratiche del fast fashion, vi è un problema strutturale: il sistema infatti è stato disegnato in questo modo. Cambiarlo è necessario, me difficile. Nel corso della conferenza, il giovane imprenditore Matteo Ward ha illustrato come nel 1600, presso la corte del Re Sole, il ministro delle finanze Colbert stabilì che l’industria tessile dovesse essere funzionale a produrre ricchezza e impose per legge l’esistenza di due stagioni. In tal modo i nobili del tempo erano obbligati a cambiare il proprio guardaroba almeno due volte l’anno, finanziando così le attività della Corona. In pratica, si certificava l’inizio della fine. Una transizione dell’industria risulta quindi assai complessa poiché radicata a un modello che mira a un consumo eccessivo. Lo ha ricordato recentemente Giorgio Armani, lo indicano tutti gli indici di consumo ormai insostenibili con lo sfruttamento delle risorse del pianeta. È necessario dunque ridisegnare tutto il sistema moda, mettendo mano a una nuova definizione della catena di valore.

I jeans ormai vanno stretti al mondo. E non può cambiare il mondo, devono semmai cambiare i jeans.

Gli inibitori della circolarità nel sistema moda

La circolarità del sistema moda in Italia è un percorso di eccellenza nato secoli fa nel distretto di Prato. L’industria del tessile porta al nostro Paese un alto grado di sostenibilità economica e sociale, con 470.000 addetti (1 milione se consideriamo anche l’indotto della distribuzione) e oltre 58.000 aziende che operano lungo tutta la filiera. Il presidente nazionale di Federmoda Marco Landi ha ricordato come gli elementi che inibiscono la transizione sostenibile del sistema tessile siano da ricondurre in primis alla mancanza di una garantita redditività economica dei modelli di business circolari. Vi è poi un problema di tipo burocratico riguardo al mercato della materia prima seconda e la declinazione ancora poco chiara della normativa end of waste che la dovrebbe governare. Questo stallo legislativo disincentiva le buone pratiche circolari di recupero e riutilizzo del tessile non fornendo sicurezze all’imprenditore su ciò che è rifiuto e ciò che invece potrebbe essere vita secondaria di un bene primario. Infine, c’è un deficit strutturale di impianti per la valorizzazione e il trattamento dei rifiuti.

Trasparenza e innovazione: le chiavi del successo

Tra i punti cardine che definiscono la strategia europea del Green New Deal vi sono la tracciabilità e la trasparenza dell’intera filiera produttiva. Nell’implementazione di business circolari diventa fondamentale il tracciamento dell’intera catena del valore e la trasparenza di tutti i processi produttivi posti in essere da parte di tutti gli attori in campo. Il sistema italiano in questo settore potrebbe essere superiore a molti Paesi in quanto detentore di un know-how di qualità diffuso su tutta la filiera con nuovi potenziali margini di redditività. Un esempio italiano virtuoso in tal senso è rappresentato da Progetto Quid che persegue valori di sostenibilità sociale e ambientale, proponendo capi di abbigliamento derivati da materiali di scarto e lavorati da persone con trascorsi di fragilità.

Non è possibile però parlare di economia circolare senza compiere pienamente il processo in atto di transizione tecnologica. “L’innovazione è un fattore fondamentale per rendere possibile la trasformazione verso un futuro circolare” dice Francesca Romana Rinaldi di SDA Bocconi. Il supporto alle tecnologie diviene fondamentale sia per il recycling, ma anche per la tracciabilità e la trasparenza, con strumenti quali blockchain, il sistema di tracciamento RFID, l’intellgenza artificiale, i big data, le piattaforme online per l’incontro di domanda-offerta di waste o di sharing come ad esempio Greenchic. Grazie alla tecnologia applicata alla ricerca e sviluppo è inoltre possibile favorire la creazione di materiali SMART che incentivano la circolarità, il riciclaggio e la biocompostabilità. Un vero esempio di rivoluzione culturale e sistemica del mondo della fibra è il progetto di jeans Coreva di team Candiani, che ha creato un nuovo tessuto a partire dalla lavorazione di una gomma presente in natura che, inserita nella tela jeans, mantiene le qualità intrinseche del prodotto senza impattare sull’ambiente. Un connubio di tradizione e innovazione che non solo garantisce il comfort, ma grazie alle sue proprietà biodegradabili aumenta anche la germificazione del terreno del 22%.

Circolarità e integrazione sociale

Nella trasformazione dell’industria della moda devono essere considerati anche i temi di giustizia e sostenibilità sociale. Matteo Ward, CEO e co-founder di WRÅD, start-up innovativa e design studio fondata per generare valore sociale, già vincitrice del Best of the Best RedDot Design Award, ha sottolineato come i brand di moda oggi siano concentrati sulla commercializzazione, piuttosto che sulla produzione. Implementare la circolarità nel sistema diviene complesso se le aziende non possiedono un controllo diretto sulla manifattura. La conseguenza di questo sdoppiamento si riversa quindi sullo squilibrio della distribuzione della ricchezza. Il giovane imprenditore ha ricordato che “il brand oggi detiene molto più della metà della ricchezza che deriva dalla vendita del prodotto. Al lavoratore tessile arriva in media (se è fortunato) dallo 0.5 al 3% del valore. Ed è poi allo stesso lavoratore che chiediamo di occuparsi della riduzione delle proprie emissioni di CO2 e applicare la piena circolarità alla catena di valore. Così non può funzionare. Il problema che sta alla base è infatti la mancata capacità di pianificazione della supply chain della catena della moda e il mancato accesso ai processi decisionali da parte dei piccoli attori. La creazione di sistemi trasparenti che integrino tutti gli attori nella soluzione diviene fondamentale. “Per questo abbiamo bisogno di usare la scienza in modo onesto, trasparente e condiviso. Abbiamo bisogno di creare progetti, metodologie scientifiche solide e oneste” ha concluso il Professor Hakan Karaosman.

Tutto questo parlando di un paio di jeans.

Tag:  economia circolareGenovaGenovaJeansinnovazioneinnovazione sostenibilemoda circolaremoda sostenibilesostenibilità

Sigla.com - Internet Partner
Condividi linkedin share facebook share twitter share