C'è un'Italia che non urla, non alza muri e non cerca nemici. Un'Italia che produce valore attraverso la qualità, la bellezza, la sostenibilità e il legame con i territori. È l'Italia del "patriottismo dolce" evocato da Fondazione Symbola, una visione che Ermete Realacci propone da anni come chiave per leggere il successo delle nostre imprese migliori, quelle che competono nel mondo (e vincono) senza recidere le proprie radici.
Ascoltando il confronto promosso da Symbola durante il suo Seminario estivo a Mantova sul rapporto tra imprese, territori e coesione sociale, una metafora è emersa con particolare forza. Parlo della storia di Pinocchio.
Non il burattino bugiardo con il naso che si allunga, ma il protagonista (potremmo dire il prodotto) di una storia che racconta l'Italia e le sue contraddizioni. E soprattutto Geppetto, il falegname che lo genera, figura che Aldo Bonomi ha richiamato come simbolo di una comunità produttiva capace di creare, educare e tenere insieme, simbolo del patriottismo dolce.
Geppetto assomiglia ai nostri imprenditori migliori, agli artigiani, alle cooperative, alle reti territoriali. Non costruisce un oggetto qualsiasi, ma riesce a dare forma a una creatura destinata a cercare la propria strada nel mondo. È il gesto originario di chi produce valore non per estrarre ricchezza, ma per generare futuro. Una delle tante cose che piacciono al mondo prodotte tutti i giorni all'ombra dei nostri campanili, direbbe l'economista Carlo Cipolla.
A ben vedere, Geppetto non è soltanto il padre di Pinocchio. È la rappresentazione di quella economia dei territori che da anni il rapporto "Coesione è Competizione", promosso da Fondazione Symbola, Unioncamere e Intesa Sanpaolo, descrive con dati e analisi. Le imprese più competitive non sono quelle che si isolano, ma quelle che costruiscono relazioni. Collaborano con le comunità locali, investono nel capitale umano, dialogano con le istituzioni, generano fiducia e valore condiviso.
La coesione, dunque, non è un costo né un esercizio di buonismo. È un fattore produttivo. È la capacità di fare sistema che consente alle imprese di innovare, esportare, sostenere le transizioni ambientali e digitali, affrontare le crisi con maggiore resilienza.
Ma il cammino di Pinocchio non è lineare. È costellato di incontri che rappresentano le tensioni che ogni comunità deve affrontare.
Il Gatto e la Volpe incarnano la scorciatoia, la speculazione, l'illusione che si possa ottenere molto senza creare nulla. Sono la promessa del guadagno facile che periodicamente seduce anche le economie reali, alimentando la cultura della rendita e dell'opportunismo.
Mangiafuoco rappresenta invece il potere. Un potere che può apparire minaccioso, distante, persino ostile. Eppure nella favola non è una figura monolitica, mostra anche tratti di umanità e generosità. Come accade nelle società complesse, dove il rapporto tra istituzioni, mercato e comunità non può essere ridotto a una semplice contrapposizione.
La Balena, o il grande pescecane della versione originale di Collodi, è la crisi. È il luogo oscuro in cui si finisce quando si perde la rotta. Ma è anche il passaggio necessario attraverso cui Pinocchio ritrova Geppetto e comprende il valore delle relazioni che lo hanno generato. È la metafora delle crisi economiche, sociali e ambientali che costringono a ripensare modelli di sviluppo e priorità collettive.
La Fata Turchina non rappresenta l'intervento salvifico dall'alto, ma diventa il simbolo della fiducia, dell'educazione, della cura. Quegli elementi immateriali che consentono a una comunità di trasformare il talento in responsabilità e l'individualismo in bene comune. In altre parole, il capitale sociale senza il quale nessuna economia può prosperare davvero.
E poi c'è il Grillo Parlante. È la voce della coscienza, ma anche della responsabilità. Non impone, non comanda, non dispone del potere di Geppetto né della protezione della Fata Turchina. Richiama però continuamente Pinocchio alle conseguenze delle proprie azioni. Nell'economia contemporanea potrebbe rappresentare l'etica, la sostenibilità, la consapevolezza dei limiti ambientali e sociali entro cui si esercita la libertà d'impresa. Una voce spesso scomoda, talvolta ignorata, ma indispensabile per evitare che l'innovazione si trasformi in sfruttamento e che la crescita perda di vista il bene comune. Anche il patriottismo dolce ha bisogno del suo Grillo Parlante: una coscienza collettiva capace di ricordare che non tutto ciò che è possibile è anche giusto, e che il futuro si costruisce tenendo insieme competitività e coesione.
In questa prospettiva, la lettura proposta da Aldo Bonomi assume un significato ancora più profondo. Tutti i personaggi che accompagnano il viaggio di Pinocchio rappresentano tensioni reali che attraversano le comunità contemporanee. Non sono ostacoli da eliminare, ma conflitti da comprendere e governare.
Il patriottismo dolce nasce proprio dalla capacità di attraversare questi conflitti senza negarne l'esistenza. Non è l'assenza delle differenze, ma la loro composizione. Non è la chiusura identitaria, ma la capacità di trasformare l'appartenenza in responsabilità condivisa. È un modo di stare nel mondo che tiene insieme innovazione e tradizione, apertura globale e radicamento locale, competitività e solidarietà.
Per questo Pinocchio può essere letto come una straordinaria metafora dell'Italia contemporanea. Un Paese che spesso si smarrisce, che cede alle tentazioni della scorciatoia o della divisione, ma che riesce a ritrovare sé stesso quando riscopre il valore delle relazioni che lo sostengono.
Forse è proprio questo il messaggio più attuale della favola di Collodi. Diventare davvero "umani", per una persona come per un'economia, significa imparare a trasformare le fragilità in responsabilità, i conflitti in legami, il talento individuale in destino collettivo.
È questa, in fondo, la lezione che emerge anche dal rapporto "Coesione è Competizione": le comunità e le imprese che costruiscono relazioni solide sono anche quelle che innovano di più, resistono meglio alle crisi e generano maggiore valore nel tempo.
Pinocchio non è soltanto il simbolo del patriottismo dolce. È il racconto di come la coesione possa diventare futuro. Ed è forse per questo che, a oltre centoquarant'anni dalla sua pubblicazione, continua a parlarci con sorprendente attualità.