Filippo Tincolini: «Il marmo, per me, è molto più di una materia prima. È un compagno di viaggio, un collaboratore silenzioso nella mia ricerca artistica. È il mio punto di partenza, l’inizio di un profondo dialogo tra la mia creatività e la forza della natura. Si tratta di una materia affascinante, ma al contempo fragile e pesante: incarna un equilibrio tra delicatezza e forza, tra leggerezza e solidità. Nel mio lavoro devo costantemente confrontarmi con le leggi della fisica: devo farlo stare in piedi, scolpirlo con attenzione e preservare nel tempo il suo fascino. È una sfida, ma è una sfida che accolgo con umiltà. Quando scolpisco il marmo cerco sempre di spingerlo ai suoi limiti senza indebolirlo troppo, perché so che potrebbe rompersi se lo maneggio troppo violentemente. È un atto di rispetto per questo antico e prezioso complice dell’arte dell’uomo. Più ci lavoro, più diventa bello. È un processo di crescita ed evoluzione. La cosa più difficile per uno scultore è capire quando un’opera è veramente finita. Potrei continuare a lavorarci all’infinito, correggendo dettagli e cercando la perfezione. Ma il marmo è vivo, ha la sua anima, la sua storia. Penso al marmo come a un testimone silenzioso della storia umana. Ha visto la vita e la morte, conosciuto i trionfi e le cadute delle grandi potenze. Ha sentito il dolore e la paura in coloro che hanno affrontato la sua resistenza. Fa parte di questa terra, e quando lavoro il marmo, sento il suo cuore battere accanto al mio. È una connessione profonda, un’osmosi tra me e il materiale. Abbraccio le preoccupazioni del marmo, i suoi millenni di saggezza. Più mostro rispetto e amore mentre scolpisco, più lui mi restituisce alla fine del lavoro. Il marmo non è solo una pietra fredda e silenziosa cavata dalla montagna, ma fa parte della vita stessa, e coloro che lo rispettano possono percepire la sua anima vibrante».
A fine mostra, l’artista donerà a Pietrasanta la scultura in marmo Spaceman.
Photo Credits: Laura Veschi