La sensazione invero è che volti, pareti, colori, affreschi, strade diventino co-creatori delle esperienze di visita del fotografo, orientandone le scelte, attuando una vera rivoluzione interna per presentare se stessi non più come luoghi recintati ma aperti costantemente a tutti, vere e proprie piazze della conoscenza e dell’esperienza culturale. Pio riesce in un’impresa fuori dal comune: i suoi soggetti si “fanno città” e mirano ad instaurare relazioni virtuose non solo con il pubblico che ne osserva le rappresentazioni, con i visitatori attirati da tutto ciò che è arte e bellezza, ma con l’intera comunità. Nel linguaggio dei documenti della Commissione europea si direbbe che Pio crea un sistema di welfare culturale realizzando attraversamenti di arte, diffusione di saperi, subentro dell’inedito al posto del canonico, per puntare all’”incontro” con le persone, alla implosione delle relazioni, al ripensamento del rapporto fra spazi, paesaggi, natura, storia, arte, città, comunità. Il Sud – ma qui non ne facciamo una questione campanilistica – ha bisogno che questi processi vengano portati a valore da narratori e ricercatori di comunità. Capaci di analizzare, scrivere, raccontare con le immagini. Raccontare storie per il Sud può assumere però un forte valore civile, indurre al cambiamento, De Martino scriveva che entrava nelle case dei contadini pugliesi come un cercatore di storie che, dopo che recupera, trasferisce al mondo, per riportarne al centro la vita delle classi più subalterne. Ogni casa ha la sua storia, come scrisse Nuto Rivelli nel suo Il mondo dei vinti. O come diceva Pierpaolo Pasolini ad un attonito Ninetto Davoli davanti ad una strada dal selciato sconnesso e antico nei dintorni di Orte, una strada qualsiasi, che però secondo Pasolini andava difesa con lo stesso accanimento con cui si difende una grande opera d’arte. Come un diario, una una finestra, un cancello, una nicchia, una barca, una edicola votiva, una poesia. Nelle sue escursioni a Brindisi e Taranto, Tarantini esalta e fa vivere nella memoria un passato anonimo e va ben oltre, come gli è consueto, dell’atteggiamento estetizzante che privilegia i patrimoni artistici colti e consolidati; qui il fotografo ascolta, come suggeriva Primo Levi, alla stregua di maestro d’arte in una bottega dove lo scambio di saperi diventa esperienza e storia.