La raccolta differenziata degli abiti usati, che comunque rifiuti sono, dal 1° gennaio di quest’anno è obbligatoria e non più volontaria. Molti si stanno interrogando operativamente su come migliorarla in quantità e qualità.
Per immaginare nuovi concept ho interrogato gli studenti del corso di perfezionamento in Prodotti sostenibili e circular design di IUAV Vicenza, grazie a un workshop sul nudge design.
L’obiettivo era provare con la logica nudge (i suoi bias e la cassetta degli attrezzi disponibile) a ridisegnare l’approccio a questo topic che chiede risposte nuove e vuole cambiare pelle.
Scomodando così i principi dell’economia comportamentale ci siamo chiesti quali difficoltà emotive oltre che operative possono essere rimosse o ridimensionate per spingerci a fare meglio.
Di questo ne ho già parlato nell’ultimo articolo pubblicato in Diario di Nudge.
Ma vediamo cosa è venuto fuori dal work-shop:
- I cittadini sanno poco del destino degli abiti usati, spesso la comunicazione su ciò che succede dopo la raccolta è confusa, inefficace. Ciò che in genere sanno gli operatori, è ancora un tunnel misterioso per chi conferisce.
- I cassonetti stradali destinati ad accogliere questi rifiuti versano spesso nel degrado e nel disordine; potete immaginare quanto ciò non aiuti ad agire comportamenti adeguati
- Noi conferitori ci ritroviamo in una condizione di imbarazzo quando dobbiamo gettare questi rifiuti che spesso mescolano capi ancora utilizzabili e altri logorati, danneggiati e inutilizzabili; quindi il conferirli tutt’insieme diventa un problema.
Gli studenti nell’immaginare delle soluzioni hanno dovuto fare i conti con quest’insieme di fattori che hanno esplorato e sono diventati un faro per molti di loro; che infatti hanno scelto di agire sull’oggetto contenitore e quindi sulla necessità che esso sia pulito, capace di esprimere messaggi ordinati e ricchi di informazioni, anche con specifiche sul destino delle singole fibre che, come ben sappiamo essendo diverse (e spesso miste), danno luogo a esiti differenti.
E poi i contenitori possono essere distinti per capi da destinare a riutilizzo e non, possono essere itineranti (come già avviene per altre raccolte urbane), possono sparire facendo si che la raccolta avvenga tramite sacche dedicate da portare in punti vendita o con modalità porta a porta.
Alcuni studenti hanno immaginato azioni dedicate a influencer cittadini affinché diventino ambasciatori di buona condotta in accordo con punti vendita, che con block-chain tracciano il raccolto, dandone evidenza per chi vuole saperne di più nel tempo.
In questo caso l’intercettato viene esposto in mini-serre trasparenti e modulari nei punti vendita, cioè serre adattabili per dimensione alla taglia dell’esercizio commerciale con, come effetto di secondo livello, vantaggi di cura e trasparenza.
Altri hanno pensato al coinvolgimento di ambasciatori della buona causa che, con cornice ad hoc attivabile con QRcode, rendono virali con foto i propri buoni comportamenti. E bisogna ammettere che in tale direzione l’uso di social e quindi in alcuni casi di numerosi follower è un fatto che realmente abita la mente dei giovani e assume per loro un profilo di rilievo.
Infine un paio di idee molto suggestive agiscono sul canale emotivo e affettivo che per alcuni capi di abbigliamento lega l’item al suo proprietario. Come rendere quindi narrante un item a cui il conferitore è sentimentalmente legato? Questo è uno spunto prezioso per immaginare delle raccolte dedicate in contesti ad hoc. Ecco allora che appaiono delle etichette aggiuntive che esprimono quel link, che raccontano una storia e che saranno lette da chi riceverà quel bene in grado di vivere una seconda vita.
E se la storia migliore vincesse un premio? Ovviamente morale perché siamo in una logica nudge?
E infine nessuno di loro ha lavorato sulla DISTRAZIONE, che resta, a mio avviso, una delle ragioni principali per cui anche in area green si mettono in atto comportamenti sbagliati. Proust era ottimista quando diceva che “è sempre distrattamente - senza volerlo - che ci imbattiamo nella verità”. Nel nostro tempo la Distrazione è un virus che non produce verità quasi mai meritevoli di esempio. Anzi genera armadi obesi e quindi ben più complessi da gestire.
Cross finger allora... e vediamo in futuro come lavorare sulla DISTR-Azione.