Quando l’azionista è la natura

di Paolo Marcesini

28/03/2026

Quando l’azionista è la natura

«La biodiversità non è un limite che frena l’economia: il suo rispetto è il vincolo che la rende più forte, più giusta e più duratura. Non meno economia, diversa economia. Non meno ricchezza, diversa ricchezza».

Ma andiamo con ordine.

Genova, dove tutto comincia, è stato l’amore per il suo cane a ispirare Pier Giovanni Capellino a fondare nel 2000 l’azienda di alimenti per animali domestici Almo Nature. L’ha costruita mattone per mattone con il fratello Lorenzo, l’ha portata a competere sui mercati internazionali, ne ha fatto una delle eccellenze italiane del pet food. Poi, quando l’azienda ha raggiunto i vertici del settore, ha deciso di regalarla. Non a un socio, non a un fondo. Alla natura.

Dal primo gennaio 2018 Capellino ha scelto di rinunciare ai dividendi e di privarsi di gran parte della ricchezza di Almo Nature per la Fondazione Capellino. La donazione è irreversibile. Atto notarile. Niente ripensamenti possibili.

Genova: la città che ha riconosciuto un modello nuovo

Il legame con Genova non è solo biografico. È giuridico e istituzionale. La Fondazione Capellino è stata riconosciuta dalla Prefettura di Genova il 5 novembre 2018: fu il primo atto formale di un modello che l’Italia, a differenza di altri paesi europei, non era ancora pronta ad accogliere. Ci volle ancora un anno di battaglia legale e un interpello all’Agenzia delle Entrate prima che il sistema fiscale italiano riconoscesse che i profitti di un’azienda possono appartenere non a un essere umano, ma a uno scopo.

L’iniziativa dei fratelli genovesi Lorenzo e Pier Giovanni Capellino ha prodotto qualcosa di mai visto in Italia: un’azienda commerciale il cui unico azionista è un ente senza scopo di lucro. Il cerchio si è chiuso quando, anni dopo, Capellino è tornato a Genova per parlare a Palazzo Ducale nell’ambito della serie di eventi “Un elefante in città” — quasi un omaggio alla città che, per prima, aveva messo il timbro su un’idea rivoluzionaria.

La sede legale della Fondazione si è poi spostata a San Salvatore Monferrato, in provincia di Alessandria, nella Villa Fortuna che diventerà insieme sede operativa, laboratorio agricolo e centro di ricerca sulla biodiversità. Ma Genova resta la culla.

Come nasce una fondazione anomala

La Fondazione Capellino è un ente commerciale senza scopo di lucro che ha come finalità la salvaguardia della biosfera e in particolare della biodiversità. Si finanzia con il 100% dei ricavi — dedotti costi e tasse — maturati da Almo Nature, azienda di alimenti per cani e gatti interamente di sua proprietà.

Il punto è proprio questo: non si finanzia con donazioni. Si finanzia con il lavoro. È tra le sole cinque fondazioni europee senza scopo di lucro che si finanziano con i profitti generati da un’azienda di cui sono proprietarie al cento per cento. In Europa questo modello ha un nome — steward ownership, proprietà fiduciaria — nel mondo del non profit italiano è ancora quasi sconosciuto.

Il patrimonio della Fondazione non potrà mai ritornare in alcun modo ai suoi fondatori, né ai loro aventi causa, né essere distribuito a terzi privati. Lo statuto è stato aggiornato: la nuova versione è stata approvata il 2 gennaio 2025 dalla Prefettura di Alessandria.

C’è anche una specificità fiscale che Capellino non manca di sottolineare con una punta di orgoglio caustico: la Fondazione Capellino è proprietaria del 100% di Almo Nature e, per la legge italiana, non beneficia degli sgravi fiscali riservati alle fondazioni non proprietarie d’impresa. Pur non avendo finalità di lucro, paga le tasse come una normale azienda commerciale.

La governance: chi comanda quando l’azionista è la biosfera

La Fondazione esercita direzione e coordinamento su Almo Nature e ne nomina il consiglio di amministrazione. Fondazione Capellino fa parte dell’ENEF, il consesso che riunisce le fondazioni proprietarie d’impresa in Europa — realtà filantropiche che, a differenza delle fondazioni emanazione d’impresa, detengono la proprietà totale o parziale di un’impresa e ne orientano obbligatoriamente le strategie e i valori.

La revisione legale del bilancio è affidata a EY SpA. Il presidente è Pier Giovanni Capellino. A ispirarlo in questa scelta è stato il suo cane di nome Salento, che — ha raccontato l’imprenditore — “mi ha fatto scoprire la natura e mi ha insegnato il rispetto.” La presidentessa della Fondazione è Eoié, una cagnolina proveniente da un campo rom, i cui proprietari furono rimandati a casa con il foglio di via.

Almo Nature: uno strumento, non un fine

Almo Nature nasce per concretizzare l’intuizione di Pier Giovanni Capellino: produrre per la prima volta al mondo un pet food umido con ingredienti al 100% HFC, ovvero in origine idonei al consumo umano. Uno standard che è diventato un punto di riferimento globale nel settore.

Oggi l’azienda è diventata una “multinazionale tascabile”, con una sede centrale a Genova e filiali in Germania, Svizzera, Regno Unito, Francia, Olanda, Canada e Stati Uniti. Il fatturato consolidato di Almo Nature nel 2025 è di 131,8 milioni di euro. Ogni euro di profitto netto confluisce nella Fondazione e da lì ai progetti sul campo.

I progetti: dai lupi delle Alpi agli elefanti della Tanzania

Gli ambiti di intervento della Fondazione sono sei: conservazione e ripristino degli habitat naturali, cambiamento climatico, agricoltura rigenerativa, riduzione dell’impatto umano sulla biodiversità, promozione della Reintegration Economy e recupero degli edifici storici.

WolfAlps. Il progetto LIFE WolfAlps EU ha avuto l’obiettivo di lungo periodo di migliorare la coesistenza tra uomo e lupo sull’arco alpino, con interventi coordinati in Italia, Francia, Austria e Slovenia. La Fondazione Capellino è il primo finanziatore dopo l’Unione Europea, con un budget di 600.000 euro.

EuBIOCOR. In collaborazione con il Wageningen Environmental Research e l’Eurac Research, la Fondazione sta mappando i potenziali corridoi ecologici dell’Europa, per collegare le aree protette esistenti e individuare dove gli interventi di rinaturalizzazione possono essere più efficaci.

Corridoio degli Elefanti di Kilombero. Il progetto mira a ripristinare la connettività ecologica compromessa dalle pressioni umane e dall’agricoltura intensiva, garantendo agli elefanti un passaggio sicuro tra il parco Nyerere e il parco Udzungwa in Tanzania.

Firenze Climate Change. Un progetto che sperimenta soluzioni nature-based — misurabili e scalabili — per mitigare l’impatto del cambiamento climatico in città, favorire la biodiversità urbana e migliorare le condizioni di salute dei cittadini.

Villa Fortuna. Si occupa del recupero dei campi agricoli un tempo vocati esclusivamente all’agricoltura intensiva, ora trasformati in bosco e prato stabile per 15 ettari, frutteto in agroforesta certificato biologico per 3,5 ettari, vigneto certificato biologico e sperimentale per 3,5 ettari.

Documento programmatico 2026-2032. La Fondazione ha tracciato le linee guida di un percorso di attivismo politico e culturale che include la revisione della legge sulla caccia, la lotta al consumo di suolo con l’obiettivo di ridurlo del 75% entro il 2029, e proposte fiscali per introdurre la deducibilità dei costi per la biodiversità.

La voce del presidente

Capellino non usa il linguaggio della filantropia né quello della sostenibilità d’impresa. Usa quello, più scomodo, della necessità.

«Volevo continuare a essere un imprenditore, e per farlo ho scelto di donare l’azienda a un ente dedicato a trasformare il valore creato e i dividendi — che in una situazione normale sarebbero stati distribuiti a società o organizzazioni — in progetti per la biodiversità».

Sul modello economico dominante non usa mezzi termini: nel bilancio 2023 della Fondazione si legge che «la nostra economia è in conflitto con molte forme di vita sulla Terra, compresa la stessa vita umana».

Sul futuro del Paese, lancia un avvertimento che riguarda anche l’identità culturale italiana: «Oltre alla nostra manifattura e alle nostre città d’arte, abbiamo un’altra ricchezza unica, fatta di produzione agricola, biodiversità e paesaggi, ma la stiamo consumando come fosse infinita. In realtà, non lo è. Fino a quando, ad esempio, la cucina italiana potrà autenticamente rimanere patrimonio dell’UNESCO se non sapremo preservare la nostra agricoltura e la biodiversità che la deve accompagnare nel lungo periodo?».

Sulla posta in gioco più alta: «Se continuiamo con questa demografia vorace, l’umanità sarà a rischio, poiché tutto verrà superato dall’attività creata dall’uomo».

E su chi obietta che basta fare impresa in modo responsabile: «Chi ha già abbastanza può evitare di continuare ad accumulare, perché non serve a nulla. Serve a dare un’illusione di potere, ma in realtà non restituisce nulla di concreto».

La Reintegration Economy non è, per Capellino, un’alternativa romantica al capitalismo. È una sua correzione praticabile. «Nel nostro caso abbiamo una situazione radicale, priva di potenziali conflitti di interesse», spiega. Il punto è esattamente questo: quando l’azionista è la biosfera, non c’è nessun trimestre da difendere.