Capellino non usa il linguaggio della filantropia né quello della sostenibilità d’impresa. Usa quello, più scomodo, della necessità.
«Volevo continuare a essere un imprenditore, e per farlo ho scelto di donare l’azienda a un ente dedicato a trasformare il valore creato e i dividendi — che in una situazione normale sarebbero stati distribuiti a società o organizzazioni — in progetti per la biodiversità».
Sul modello economico dominante non usa mezzi termini: nel bilancio 2023 della Fondazione si legge che «la nostra economia è in conflitto con molte forme di vita sulla Terra, compresa la stessa vita umana».
Sul futuro del Paese, lancia un avvertimento che riguarda anche l’identità culturale italiana: «Oltre alla nostra manifattura e alle nostre città d’arte, abbiamo un’altra ricchezza unica, fatta di produzione agricola, biodiversità e paesaggi, ma la stiamo consumando come fosse infinita. In realtà, non lo è. Fino a quando, ad esempio, la cucina italiana potrà autenticamente rimanere patrimonio dell’UNESCO se non sapremo preservare la nostra agricoltura e la biodiversità che la deve accompagnare nel lungo periodo?».
Sulla posta in gioco più alta: «Se continuiamo con questa demografia vorace, l’umanità sarà a rischio, poiché tutto verrà superato dall’attività creata dall’uomo».
E su chi obietta che basta fare impresa in modo responsabile: «Chi ha già abbastanza può evitare di continuare ad accumulare, perché non serve a nulla. Serve a dare un’illusione di potere, ma in realtà non restituisce nulla di concreto».
La Reintegration Economy non è, per Capellino, un’alternativa romantica al capitalismo. È una sua correzione praticabile. «Nel nostro caso abbiamo una situazione radicale, priva di potenziali conflitti di interesse», spiega. Il punto è esattamente questo: quando l’azionista è la biosfera, non c’è nessun trimestre da difendere.