C'è un paradosso al cuore dell'economia italiana che l'ottavo Rapporto sull'Economia Circolare in Italia, presentato a Roma il 14 maggio dalla Conferenza Nazionale del Circular Economy Network, mette in luce con una chiarezza quasi scomoda. L'Italia è seconda in Europa per indice di circolarità, prima per tasso di utilizzo circolare dei materiali, prima per produttività delle risorse, prima per riciclo degli imballaggi. Eppure è anche il Paese più dipendente dalle importazioni di materie prime tra le grandi economie dell'Unione europea. Leader e vulnerabile insieme, in un equilibrio che non regge più.
Il dato sulla dipendenza è il più pesante del rapporto: il 46,6% delle materie prime trasformate in Italia proviene dall'estero, contro una media UE del 22,4%. La Spagna si ferma al 39,8%, la Germania al 39,5%, la Francia al 30,8%. Non è una debolezza storica irrisolvibile, ma un nodo strutturale che il contesto geopolitico attuale ha reso bruciante. Nel 2025 la spesa per le importazioni di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento del 23,3% rispetto al 2021 pur con volumi complessivi in calo. Significa che importiamo meno, ma paghiamo molto di più. Il costo dei metalli — nichel, rame, acciaio — è cresciuto del 18% e rappresenta il 40% del valore totale delle importazioni nazionali.
«Con la crisi di Hormuz si discute molto della necessità di ridurre la vulnerabilità prodotta dalla dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, ma troppo poco di quella altrettanto critica legata a numerose materie prime», osserva Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. È una delle poche voci che riesce a tenere insieme, senza retorica, i due piani su cui si gioca oggi il futuro industriale del Paese: la sostenibilità ecologica e la sicurezza degli approvvigionamenti. Circolarità non come scelta virtuosa, ma come necessità strategica.