Quei dieci passi in più per fare l'Italia circolare

di Paolo Marcesini

14/05/2026

Quei dieci passi in più per fare l'Italia circolare
C'è un paradosso al cuore dell'economia italiana che l'ottavo Rapporto sull'Economia Circolare in Italia, presentato a Roma il 14 maggio dalla Conferenza Nazionale del Circular Economy Network, mette in luce con una chiarezza quasi scomoda. L'Italia è seconda in Europa per indice di circolarità, prima per tasso di utilizzo circolare dei materiali, prima per produttività delle risorse, prima per riciclo degli imballaggi. Eppure è anche il Paese più dipendente dalle importazioni di materie prime tra le grandi economie dell'Unione europea. Leader e vulnerabile insieme, in un equilibrio che non regge più.

Il dato sulla dipendenza è il più pesante del rapporto: il 46,6% delle materie prime trasformate in Italia proviene dall'estero, contro una media UE del 22,4%. La Spagna si ferma al 39,8%, la Germania al 39,5%, la Francia al 30,8%. Non è una debolezza storica irrisolvibile, ma un nodo strutturale che il contesto geopolitico attuale ha reso bruciante. Nel 2025 la spesa per le importazioni di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento del 23,3% rispetto al 2021 pur con volumi complessivi in calo. Significa che importiamo meno, ma paghiamo molto di più. Il costo dei metalli — nichel, rame, acciaio — è cresciuto del 18% e rappresenta il 40% del valore totale delle importazioni nazionali.

«Con la crisi di Hormuz si discute molto della necessità di ridurre la vulnerabilità prodotta dalla dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, ma troppo poco di quella altrettanto critica legata a numerose materie prime», osserva Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile. È una delle poche voci che riesce a tenere insieme, senza retorica, i due piani su cui si gioca oggi il futuro industriale del Paese: la sostenibilità ecologica e la sicurezza degli approvvigionamenti. Circolarità non come scelta virtuosa, ma come necessità strategica.

Primati che non bastano

I numeri delle performance italiane restano straordinari per uno scenario europeo. Il tasso di utilizzo circolare di materia ha raggiunto il 21,6% nel 2024, quasi il doppio della media UE del 12,2%, con una crescita di 2,9 punti percentuali rispetto al 2019. In termini concreti significa che oltre un quinto dei materiali consumati nel Paese non viene estratto né importato, ma recuperato dai cicli precedenti. La produttività delle risorse è cresciuta del 32% dal 2019: nel 2024 l'Italia ha generato 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di risorse consumate, il valore più alto tra le grandi economie europee, nettamente sopra la media UE di 3 euro per chilogrammo.

Sul fronte dei rifiuti il quadro è altrettanto solido. Su 160 milioni di tonnellate di rifiuti gestiti, l'Italia ne ricicla l'85,6%, più del doppio della media UE del 41,2%, distaccando nettamente Spagna al 54,7%, Francia al 52,3% e la stessa Germania al 44,4%. Nel riciclo degli imballaggi, il tasso italiano ha raggiunto il 76,7% nel 2024, contro una media europea del 67,5%.

Eppure questi primati non bastano a coprire il fianco scoperto. La circolarità dei materiali è solo una delle leve per ridurre la dipendenza dall'estero, e l'Italia la usa bene. Ma la leva è piccola rispetto all'entità del problema.

L'Europa che non corre abbastanza

Il contesto europeo non aiuta. L'Unione mantiene un tasso di utilizzo circolare dei materiali intorno al 12% ed è vulnerabile perché dipende in modo rilevante dall'importazione di numerose materie prime critiche, anche strategiche per la sicurezza e la sostenibilità del suo sviluppo. I volumi globali di materiali utilizzati sono più che triplicati negli ultimi 50 anni e continuano a crescere al ritmo del 2,3% annuo. Di questo passo, l'Unione europea non raggiungerà il target del 24% di tasso di circolarità entro il 2030.

Una sezione del rapporto elaborata da ENEA affronta  il tema delle materie prime critiche come questione di sicurezza, non solo di sostenibilità. Il fosforo, componente essenziale di fertilizzanti e mangimi, è un caso emblematico: la dipendenza europea dalle importazioni di roccia fosfatica è dell'82%, e i principali fornitori dell'UE sono Marocco al 27%, Russia al 24%, Algeria al 10% e Israele al 7% — quattro Paesi con cui le relazioni geopolitiche sono tutt'altro che lineari. Ancora più critica è la dipendenza per il magnesio: la Cina controlla l'88% della produzione mondiale e la dipendenza UE è totale per il magnesio primario.

In questo scenario il rapporto apre una frontiera insolita: quella della desalinizzazione circolare. La salamoia prodotta dagli impianti — tradizionalmente considerata uno scarto problematico — contiene elementi come magnesio, potassio, calcio e bromo con un valore di mercato teorico superiore a 200 euro per metro cubo, aprendo la possibilità di trasformare un impianto di desalinizzazione in un'infrastruttura multi-output che produce non solo acqua dolce, ma anche risorse materiali. Non è fantascienza industriale: è il perimetro su cui ENEA lavora già in diversi progetti pilota nel Mediterraneo.

Sul fronte idrico il quadro è altrettanto urgente. Circa il 30% del territorio europeo è soggetto ogni anno a scarsità idrica stagionale, con punte superiori al 70% nell'Europa meridionale durante i mesi estivi. Per l'Italia, adeguare i grandi impianti di depurazione alle nuove norme europee richiederà investimenti stimati tra 800 milioni e 2 miliardi di euro.

Il paradosso degli investimenti

Il punto più preoccupante del rapporto è forse quello meno visibile: mentre il contesto geopolitico renderebbe urgente accelerare la transizione circolare, gli investimenti privati vanno nella direzione opposta. In Italia le risorse destinate ad attività tipiche dell'economia circolare — riciclo, riuso, riparazione, noleggio, leasing — sono calate da 13,1 miliardi di euro nel 2019 a 10,2 miliardi nel 2023, passando dallo 0,7% allo 0,5% del PIL. Una tendenza condivisa quasi ovunque in Europa, ma che nel caso italiano pesa di più data la struttura del sistema produttivo.

Sul fronte del PNRR, con oltre 1.100 progetti finanziati per impianti di gestione dei rifiuti e filiere del riciclo, la spesa resta bassa — circa il 17% a ottobre 2025 — con scadenze al 2026 sempre più a rischio. Sul piano industriale, il programma Transizione 5.0 ha mostrato, secondo il rapporto, limiti significativi di coerenza ed efficacia, rivelando la necessità di integrare stabilmente la circolarità nelle strategie industriali nazionali piuttosto che trattarla come voce residuale.

Anche l'occupazione segnala una tensione. Le attività tipicamente circolari contano 508.000 addetti in Italia, il 2% del totale, in linea con la media UE, ma con una flessione del 7% rispetto al 2019. Un segnale che l'economia circolare italiana, pur eccellente nelle performance ambientali, non ha ancora trovato un modello di crescita economica robusto.

Dieci passi verso il Circular Economy Act

In attesa del Circular Economy Act europeo, atteso entro la fine dell'anno, il Circular Economy Network ha presentato dieci proposte concrete per accelerare la transizione. Al centro c'è la creazione di un mercato unico delle materie prime seconde, oggi ostacolato dalle differenze normative tra Stati membri che aumentano i costi per le imprese e frammentano i flussi di materiali. Seguono il rafforzamento del recupero dei rifiuti elettronici e delle materie critiche, l'obbligo di progettare prodotti più durevoli e riparabili, l'estensione della responsabilità dei produttori a tutte le filiere, incentivi fiscali per riparazione e riuso, appalti pubblici orientati ai materiali riciclati. E poi alleanze industriali, ruolo rafforzato di città e regioni, mobilitazione di investimenti pubblici e privati, cooperazione internazionale per filiere circolari competitive.

Sono dieci passi che il sistema industriale italiano conosce già, almeno in parte. La sfida non è la conoscenza, ma la velocità. Come nota Claudia Brunori, Direttrice del dipartimento ENEA di Sostenibilità, «è quanto mai necessario un cambio di paradigma improntato sullo sfruttamento delle nostre "miniere" urbane e sull'uso efficiente delle risorse lungo la catena di valore, a partire dalle fasi di progettazione e produzione», ma per generare un effetto sistemico occorrono anche strumenti normativi e finanziari adeguati. Il dato sui 600 miliardi spesi nel 2025 per importare materiali dice, meglio di qualsiasi slogan, quanto costi non farlo.