Raccogliere di più non basta: un anno di raccolta di rifiuti tessili e nodi industriali irrisolti

di Paolo Marcesini

02/02/2026

Raccogliere di più non basta:  un anno di raccolta di rifiuti tessili e nodi industriali irrisolti
Un anno dopo l’entrata in vigore dell’obbligo di raccolta differenziata dei rifiuti tessili nell’Unione Europea, i dati mostrano che il settore rimane in una fase transitoria sospesa tra grandi ambizioni e reali difficoltà operative. Secondo il rapporto “Raccolta dei tessili, un anno dopo”, la costituzione di sistemi di raccolta è significativamente avanzata, ma la selezione del materiale e la sua valorizzazione rimangono sfide strutturali irrisolte. Ciò si traduce in costi elevati per la selezione e una capacità industriale ancora limitata di trasformare i flussi raccolti in risorse effettive.

A livello europeo, prima dell’obbligo, la raccolta separata dei tessili copriva circa il 27 % del totale generato, con circa 4,4 kg pro capite intercettati separatamente. Il resto dei materiali veniva trattato come rifiuto indifferenziato e destinato a discarica o incenerimento. In Italia, l’anticipazione nazionale dell’obbligo ha permesso di raggiungere numeri notevoli: secondo l’ultimo rapporto ISPRA, nel 2023 la raccolta differenziata dei rifiuti tessili ha superato le 171.600 tonnellate, in aumento rispetto alle circa 160.300 tonnellate del 2022. Questi volumi, pur in crescita, restano comunque modesti rispetto ai milioni di tonnellate di tessili immessi sul mercato ogni anno e soprattutto rispetto alla reale capacità di riciclo e riuso.

Questi numeri non sono semplici statistiche: indicano che la transizione verso un’economia tessile veramente circolare è ancora lontana dall’essere realizzata.

Il paradosso della raccolta abbondante

Negli ultimi anni, e in modo più evidente dopo l’entrata in vigore dell’obbligo europeo, i quantitativi di rifiuti tessili intercettati sono cresciuti più rapidamente della capacità industriale di gestirli. Oggi il sistema fatica a selezionare correttamente i flussi, prepararli al riuso e riciclarli in modo sostenibile. Il risultato è un accumulo di materiale senza sbocco, con stoccaggi prolungati, esportazioni fuori UE, declassamento a recupero energetico e ritorno in discarica. Il problema nasce da limiti strutturali che si intrecciano tra loro. La qualità dei tessili raccolti è spesso insufficiente: molti capi sono multicomponente, realizzati con fibre miste difficili da separare e di basso valore. Questi materiali non sono solo difficili da riciclare: sono progettati per non esserlo. A questo si aggiungono i limiti tecnologici e industriali, perché le tecnologie di riciclo del tessile non sono ancora diffuse su larga scala e i costi spesso superano il valore del materiale riciclato. Infine, esistono limiti di mercato: anche quando il riciclo è tecnicamente possibile, manca una domanda stabile e competitiva per le fibre rigenerate, rendendo il riciclo spesso un esercizio  teorico e dimostrativo. Si può fare, ma non serve farlo.

Il vero problema, dunque, non è che si raccolga troppo, ma che si continui a produrre tessili che il sistema non è in grado di riciclare. Fino a quando  la normativa agirà solo sulla raccolta e non sulla produzione, l’aumento dei volumi intercettati genererà inevitabilmente un eccesso di rifiuti senza sbocco, non più circolarità. A complicare ulteriormente il quadro interviene la chimica applicata ai tessili. Trattamenti pensati per impermeabilizzare, rendere antimacchia o migliorare le performance dei capi compromettono la riciclabilità e pongono interrogativi sulla sicurezza dei processi di recupero. Non tutto ciò che raccogliamo dovrebbe essere riciclato, e non tutto ciò che oggi produciamo è compatibile con una filiera circolare. Senza una revisione profonda delle scelte di design e dei materiali, la raccolta rischia di inseguire rifiuti progettati per non avere una seconda vita.

Italia: l’anticipo che non fa sistema

E in Italia? L’obbligo di raccolta è stato introdotto in anticipo rispetto ad altri Stati membri, ma i quantitativi raccolti restano limitati rispetto ai volumi immessi sul mercato e la gestione a valle è frammentata e disomogenea sul territorio nazionale. Il paradosso è evidente: mentre si celebra l’anticipo normativo, una parte significativa dei rifiuti tessili continua a finire in discarica o per produrre energia. Risultato? Anticipare un obbligo, senza anticipare governance, investimenti e infrastrutture, rischia di trasformare una misura potenzialmente trasformativa in un semplice adempimento formale. In questo contesto emergono i consorzi per la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR). ERP Italia Tessile rappresenta uno degli esempi più strutturati di questo tentativo di trasformare l’obbligo in filiera concreta. La sua forza risiede nell’approccio integrato e nella partecipazione a un network europeo con esperienza consolidata su altri flussi di rifiuti. Tuttavia, il punto non è il singolo consorzio, ma il contesto in cui opera. I sistemi EPR possono funzionare solo se inseriti in un quadro normativo chiaro, con obiettivi misurabili, contributi ambientali modulati sulla base della riciclabilità dei prodotti e reale responsabilizzazione economica dei produttori. In assenza di queste condizioni, anche le strutture più avanzate rischiano di muoversi in un terreno instabile.

Oltre la raccolta: una scelta politica e industriale

Dopo un anno di raccolta tessile, la lezione è chiara: la circolarità non si costruisce aggiungendo contenitori, ma cambiando le regole del gioco. Servono scelte politiche e industriali che incidano su ciò che oggi resta intoccabile: design, materiali, chimica, modelli di business e volumi immessi sul mercato. La raccolta è necessaria, ma non è il fine. Continuare a presentarla come tale significa alimentare un’illusione regolatoria. La vera sfida, per l’Italia e per l’Europa, non è raccogliere di più, ma produrre meno e meglio, rendendo finalmente possibile ciò che oggi il sistema, semplicemente, non consente.