Nel 2005, Seoul ha demolito dieci corsie di asfalto e un'autostrada sopraelevata per restituire alla città un corso d'acqua che aveva sepolto sotto il cemento negli anni Cinquanta. Il Cheonggyecheon, un torrente di undici chilometri che scorre nel cuore della capitale sudcoreana, oggi riduce le temperature lungo le sue sponde da 3 a quasi 6 gradi centigradi rispetto alle strade parallele a pochi isolati di distanza. Il nuovo parco non è solo una modifica urbanistica in direzione green: si tratta di una infrastruttura termica urbana che ha cambiato il microclima di un quartiere intero e che ha ispirato decine di città in tutto il mondo.
A Medellín, in Colombia, il problema era diverso ma la logica simile. La città, compressa tra le Ande a un'altitudine di 1.500 metri, ha un clima naturalmente temperato ma soffre di un'isola di calore urbana intensa nelle zone più densamente costruite. Tra il 2016 e il 2019, l'amministrazione ha realizzato trenta corridoi verdi urbani, 65 ettari complessivi, con 8.800 alberi e palme piantati lungo le arterie principali della città, sostituendo corsie di traffico con vegetazione e percorsi pedonali.
Il risultato misurato è stato una riduzione di 2 gradi centigradi dell'effetto isola di calore nelle zone interessate. Le proiezioni indicano ulteriori riduzioni di 4-5 gradi nel corso dei prossimi trent'anni, man mano che la vegetazione matura. Il progetto ha avuto un costo complessivo di circa 16 milioni di dollari — cifra che, messa in rapporto con i risparmi energetici attesi e la riduzione della mortalità da caldo nelle zone più povere della città, i progettisti considerano un investimento con ritorno positivo già nel medio periodo.
Seoul e Medellín rappresentano due casi estremi per contesto geografico, disponibilità finanziaria e approccio tecnico. Ma condividono una struttura: entrambe hanno trattato il raffreddamento urbano come problema infrastrutturale ordinario, non come misura emergenziale, integrando le soluzioni nella pianificazione urbanistica e non in progetti paralleli.
Il problema mondiale: perché le città si stanno surriscaldando
Le isole di calore urbane, il fenomeno per cui le aree metropolitane registrano temperature sistematicamente più alte rispetto alle campagne circostanti, sono il prodotto di scelte fisiche precise: asfalto e cemento che assorbono radiazione solare e la rilasciano di notte, riduzione della vegetazione e delle superfici d'acqua, calore generato dai veicoli, dagli edifici e dagli stessi impianti di condizionamento.
Su questa dinamica si sovrappone il cambiamento climatico, che aumenta la frequenza e l'intensità delle ondate di calore. Il risultato è che il caldo nelle città non è più un disagio stagionale ma una minaccia strutturale alla salute pubblica. Le ondate di calore sono oggi il rischio climatico con il più alto numero di morti diretti, superiore a inondazioni, uragani e siccità combinate.
La risposta spontanea è acquistare un condizionatore. Il problema è che questa risposta è termodinamicamente autodistruttiva: i condizionatori trasferiscono calore dall'interno degli edifici verso l'esterno, aumentando la temperatura dell'aria urbana. Uno studio sulla città di Phoenix ha documentato che l'uso notturno dei condizionatori aumenta la temperatura dell'aria di oltre un grado in alcune zone, alimentando una domanda aggiuntiva di raffreddamento. Il ciclo si autoalimenta.
I numeri del rapporto Global Cooling Watch 2025
A novembre 2025, durante la COP30 di Belém, il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP) ha presentato il Global Cooling Watch 2025 — il secondo rapporto globale dedicato alle tendenze della domanda di raffreddamento e alle sue implicazioni climatiche. I dati sono netti.
In uno scenario business-as-usual, la capacità installata di raffreddamento globale potrebbe salire da 22 terawatt nel 2022 a 68 terawatt nel 2050 - un aumento di oltre tre volte - spinta da crescita demografica, aumento dei redditi e intensificazione delle ondate di calore. Le emissioni legate al raffreddamento raddoppierebbero, passando da 4,1 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente nel 2022 a 7,2 miliardi entro metà secolo, nonostante i progressi nell'efficienza energetica. Oltre un miliardo di persone manca oggi di accesso adeguato al raffreddamento. Cifra che potrebbe triplicare entro il 2050, contribuendo a centinaia di migliaia di morti per calore ogni anno.
La crescita della domanda è prevista con una distribuzione asimmetrica: si concentra in Africa e Asia meridionale, dove l'adozione non pianificata dei condizionatori rischia di sovraccaricare reti elettriche già fragili, provocando blackout proprio durante le ondate di calore più intense.
Il paradosso è evidente: chi è più esposto al rischio ha meno strumenti per gestirlo, e gli strumenti che usa peggiorano le condizioni per tutti.
Il rapporto individua una via d'uscita — definita "Sustainable Cooling Pathway" — che combina raffreddamento passivo, soluzioni basate sulla natura, sistemi ibridi a basso consumo e la rapida eliminazione degli idrofluorocarburi, i gas refrigeranti con alto potenziale di riscaldamento globale.
Se attuato integralmente e abbinato alla decarbonizzazione della rete elettrica, questo percorso potrebbe ridurre le emissioni del settore del 97% rispetto allo scenario attuale, proteggere tre miliardi di persone dall'esposizione a caldo estremo e generare fino a 43.000 miliardi di dollari di risparmi in elettricità e infrastrutture entro il 2050.
Le città che stanno già costruendo soluzioni sistemiche
Alcune città stanno traducendo queste indicazioni in politiche concrete, con approcci diversi ma convergenti.
Singapore ha sviluppato il sistema di district cooling più avanzato in ambiente tropicale: acqua refrigerata prodotta in centrali centralizzate viene distribuita attraverso reti di tubazioni sotterranee a interi quartieri, eliminando la necessità di impianti individuali negli edifici.
Il condominio pubblico è progettato con ventilazione naturale integrata: spazi aperti ai piani terra favoriscono il flusso d'aria, riducendo strutturalmente il fabbisogno meccanico. Nel settembre 2025, un consorzio di ricercatori singaporiani e danesi ha avviato un progetto da 9,4 milioni di dollari per sviluppare sistemi di raffreddamento idrico intelligenti in grado di ridurre il consumo energetico nelle grandi città fino al 30%, con testbed fisici e gemelli digitali per simulare implementazioni su larga scala.
In Europa, le reti di district cooling si stanno espandendo. Secondo le previsioni di Euroheat & Power per il 2025, le infrastrutture di district cooling europee sono cresciute di oltre il 3% nel 2023, con piani di espansione in molte città del continente. Il potenziale è particolarmente rilevante nell'Europa meridionale, dove il district cooling rimane relativamente nuovo ma la pressione termica sulle città è crescente.
A Barcellona, il quartiere Forum-22@ utilizza dal 2002 una rete di teleraffrescamento come parte della riqualificazione urbana dell'area portuale, diventata riferimento per le politiche di sostenibilità urbana della città.
A livello globale, la COP30 ha prodotto un'iniziativa operativa: il "Beat the Heat Implementation Drive", promosso da UNEP e dalla presidenza brasiliana della conferenza, con oltre 185 città aderenti - da Rio de Janeiro a Jakarta, da Nairobi a Chennai - e 83 partner tecnici e finanziari. L'obiettivo dichiarato è supportare 100 città del Sud Globale nell'effettuare valutazioni del rischio da calore e nello sviluppare piani di adattamento, spostando la risposta istituzionale dall'emergenza alla pianificazione strutturale.
Il collo di bottiglia: norme inadeguate e governance frammentata
Il problema principale non è la mancanza di soluzioni tecniche. Il district cooling è una tecnologia matura, documentata e scalabile. Le soluzioni basate sulla natura - corridoi verdi, rinaturalizzazione di corsi d'acqua, tetti verdi, superfici riflettenti - sono economicamente accessibili e tecnicamente semplici. I codici edilizi passivi esistono e funzionano dove vengono applicati.
Il problema è che queste soluzioni incontrano un sistema normativo costruito attorno a priorità diverse e spesso non aggiornato dai decenni in cui il raffreddamento era un tema marginale.
Il Global Cooling Watch 2025 lo documenta con precisione: solo 54 paesi nel mondo hanno politiche che affrontano contestualmente i tre pilastri fondamentali del raffreddamento sostenibile — misure passive, standard minimi di efficienza energetica e riduzione dei refrigeranti. In Africa, circa un quinto delle nuove superfici edificate è soggetto a normative termiche.
In molte città del Sud-Est asiatico, i codici edilizi non prevedono obblighi di ventilazione naturale o ombreggiamento. I piani regolatori raramente includono requisiti di albedo per le superfici o coefficienti minimi di copertura vegetale.
La frammentazione istituzionale aggrava il problema. Il raffreddamento urbano tocca simultaneamente competenze di pianificazione urbanistica, edilizia, reti energetiche, salute pubblica e bilancio comunale — settori che nella maggior parte delle amministrazioni operano in silos separati, con obiettivi e incentivi non allineati. Una città che vuole introdurre il district cooling deve coordinare concessioni del suolo per le infrastrutture sotterranee, aggiornamenti normativi per i requisiti degli edifici allacciati, finanziamenti a lungo termine per la costruzione delle centrali e tariffazione del servizio.
Nella pratica, questo richiede una capacità di governance integrata che poche amministrazioni possiedono.
Il finanziamento è l'altro nodo. Le stime attuali indicano che i fondi disponibili per l'adattamento termico urbano coprono meno del 20% del fabbisogno globale. Le soluzioni passive e basate sulla natura hanno costi iniziali contenuti ma richiedono manutenzione continuativa e visione di lungo periodo — caratteristiche difficilmente compatibili con cicli di bilancio annuali e mandati amministrativi di cinque anni.
Verso una governance proattiva del calore urbano
Il cambiamento necessario non è principalmente tecnologico. Le soluzioni ci sono. Il cambiamento è di paradigma: trattare l'accesso al raffreddamento come infrastruttura pubblica essenziale - alla pari dell'acqua, dell'energia e dei trasporti - e non come questione privata risolvibile con un elettrodomestico.
Seoul e Medellín hanno fatto esattamente questo. Hanno preso una decisione politica difficile, l'hanno tradotta in normativa e investimento pubblico, e hanno ottenuto risultati misurabili. Il fatto che questi casi siano ancora citati come best practice a distanza di vent'anni dice qualcosa sulla lentezza del settore nel suo complesso.
Il Global Cooling Watch 2025 chiede esplicitamente alle città di passare dalla risposta emergenziale alla governance proattiva: integrare la resilienza termica nei piani regolatori, rendere obbligatorio il raffreddamento passivo nei codici edilizi, usare la domanda pubblica come leva per orientare il mercato verso tecnologie efficienti. Sono richieste ragionevoli.
La difficoltà è che richiedono coordinamento istituzionale, visione di lungo periodo e volontà di riformare normative sedimentate — tre cose che le amministrazioni urbane faticano a produrre anche nelle condizioni migliori.
Il caldo, però, non aspetta i cicli amministrativi.