La sostenibilità non è una corsa contro il tempo. È la capacità di immaginare un futuro che non consumi sé stesso. C'è una parola che negli ultimi mesi è tornata spesso nel dibattito europeo sulla sostenibilità.
Questa parola è rallentamento. Il rallentamento della transizione ecologica non è necessariamente un passo indietro. Può diventare l'occasione per passare dalla sostenibilità come obbligo alla sostenibilità come cultura, responsabilità e creazione di valore.
Rallentano alcune direttive.
Rallentano alcuni obblighi di rendicontazione.
Rallentano alcuni processi che fino a poco tempo fa sembravano destinati a trasformare rapidamente il modo di produrre, consumare e fare impresa.
Molti osservatori interpretano questo momento come un segnale di stanchezza. Altri come una battuta d'arresto. Qualcuno arriva persino a parlare di una crisi della consapevolezza verso la transizione ecologica. Personalmente credo che stiamo osservando il fenomeno dalla prospettiva sbagliata.
Perché il punto non è stabilire se la transizione stia o meno rallentando. Il punto è comprendere se abbiamo davvero capito il significato della transizione.
Mi spiego meglio.
Per troppo tempo abbiamo raccontato la sostenibilità come una somma di obblighi, certificazioni, indicatori, procedure e adempimenti. Un linguaggio necessario, certamente, ma insufficiente. La sostenibilità non nasce nelle norme. Le norme, al massimo, la accompagnano. Possono accelerarla. Possono indirizzarla. Possono renderla misurabile. Ma non possono sostituirne il significato più profondo.
Perché la sostenibilità è prima di tutto una visione culturale.
È la capacità di riconoscere che le risorse naturali non sono infinite. Che il benessere delle persone non può essere separato dalla salute degli ecosistemi. Che il valore di un prodotto non coincide con il suo prezzo. Che la crescita economica non può essere costruita sul consumo indiscriminato di ciò che appartiene anche alle generazioni future.
In altre parole, la sostenibilità è un esercizio di responsabilità.
E forse è proprio questa la sfida più difficile del nostro tempo.
Viviamo infatti nell'epoca dell'accelerazione permanente.
Ogni processo sembra dover essere più rapido del precedente. Produciamo più velocemente, consumiamo più velocemente, viaggiamo più velocemente, comunichiamo più velocemente. Persino il cambiamento deve essere veloce.
Eppure la storia ci insegna che le trasformazioni profonde non seguono mai una linea retta. Richiedono pause, momenti di riflessione, tempi di assimilazione. Richiedono la capacità di fermarsi per comprendere dove stiamo andando.
Per questo motivo il rallentamento che oggi osserviamo potrebbe rappresentare una straordinaria opportunità.
L'opportunità di passare dalla sostenibilità come obbligo alla sostenibilità come scelta; dalla sostenibilità come compliance normativa alla sostenibilità come cultura d'impresa; dalla sostenibilità come costo alla sostenibilità come investimento.
È una differenza enorme.
Perché quando una trasformazione è guidata esclusivamente dalle regole, il rischio è che venga vissuta come un'imposizione. Quando invece diventa parte della cultura di un'organizzazione, di una comunità o di un territorio, quella stessa trasformazione genera innovazione, competitività e valore.
L'economia circolare rappresenta forse l'esempio più evidente di questo passaggio.
Per anni abbiamo associato il concetto di circolarità alla gestione dei rifiuti. Oggi sappiamo che non è così.
L'economia circolare non riguarda i rifiuti: riguarda il valore.
Riguarda la capacità di progettare prodotti destinati a durare più a lungo, di ridurre gli sprechi, di recuperare materiali, di estendere il ciclo di vita delle risorse, di trasformare gli scarti in nuove opportunità.
È un modello che non si limita a ridurre gli impatti ambientali.
Ridefinisce il concetto stesso di sviluppo perché ci invita a sostituire la logica dell'estrazione e del consumo con quella della rigenerazione e della responsabilità.
Ma per fare questo serve un cambiamento ancora più profondo: serve una nuova educazione al valore.
Ed è qui che torna straordinariamente attuale la lezione di Carlo Petrini.
Ci ricorda che dietro ogni alimento esistono persone, territori, biodiversità, tradizioni e conoscenze. Ci insegna che il cibo non è una semplice merce. È il risultato di relazioni, lavoro, cultura e natura.
La sua idea di un cibo "buono, pulito e giusto" non riguarda soltanto l'alimentazione. Rappresenta una visione del mondo. Una visione che oggi appare sorprendentemente moderna.
Perché ci ricorda che il vero problema non è la scarsità delle risorse, ma la nostra incapacità di attribuire loro il giusto valore.
Pensiamo allo spreco alimentare.
Ogni anno tonnellate di cibo vengono buttate lungo le filiere e nelle nostre case. Ma quando sprechiamo un alimento non stiamo eliminando soltanto un prodotto. Stiamo buttando acqua, energia, suolo, lavoro umano e conoscenze.
Stiamo distruggendo valore.
Lo stesso vale per molti altri ambiti della nostra economia. Pensiamo ai materiali critici, alle materie prime, agli oggetti che sostituiamo prima che abbiano terminato la loro funzione, ai prodotti progettati per diventare rapidamente obsoleti.
L'economia circolare nasce per contrastare questa cultura dello spreco.
Ma per affermarsi davvero ha bisogno di una rivoluzione culturale prima ancora che industriale.
Ha bisogno di cittadini consapevoli, di imprese capaci di innovare, di istituzioni capaci di accompagnare il cambiamento, di una nuova idea di futuro. Non dell'abbandono del futuro. E di una nuova idea di ricchezza che non misuri il successo soltanto attraverso la quantità di beni prodotti o consumati, ma attraverso la qualità delle relazioni che costruiamo con le persone, con i territori e con le risorse.
Per questo continuo a credere che il momento che stiamo vivendo non debba essere interpretato come una pausa della transizione, ma come una fase di maturazione. Una fase in cui abbiamo l'opportunità di capire meglio che cosa significhi davvero costruire un futuro sostenibile.
Rallentiamo per capire.
Rallentiamo per progettare.
Rallentiamo per costruire.
Rallentiamo per recuperare il senso del limite, il valore delle risorse e la responsabilità delle nostre scelte.
Ma facciamolo sapendo che la prossima accelerazione è già iniziata.
E sarà guidata non soltanto dalle norme europee. Sarà guidata dai consumatori, dai mercati, dalle comunità e dalla crescente consapevolezza che il modello economico lineare non è più sufficiente per affrontare le sfide del nostro tempo.
Forse rallentare per poi accelerare significa proprio questo.
Recuperare quella cultura del limite e del valore che Carlo Petrini ci ha invitato a riscoprire.
Ed è questa, probabilmente, la più importante sfida culturale, economica e civile che abbiamo davanti.