Riciclo, il primato italiano ora deve diventare industria

di Redazione

03/06/2026

Riciclo, il primato italiano ora deve diventare industria
L’Italia continua a distinguersi in Europa per le performance dell’economia circolare. Con un tasso di circolarità del 21,6%, il Paese si colloca ben al di sopra della media dell’Unione Europea, pari al 12,2%, e davanti a economie industriali come Francia, Germania e Spagna. Un risultato che conferma la capacità del sistema nazionale di reimmettere nei cicli produttivi quote crescenti di materia riciclata e di valorizzare una filiera industriale che ha consolidato competenze, tecnologie e know-how.

Il dato, tuttavia, non rappresenta un punto di arrivo. L’obiettivo europeo del 24% entro il 2030 e il suo proseguimento richiedono un’accelerazione ulteriore. Per raggiungerlo, sarà necessario aumentare l’efficienza del riciclo, rimuovere gli ostacoli normativi, tecnologici e di mercato e favorire il pieno sviluppo delle materie prime seconde. È questo il messaggio emerso dall’intervento di Elisabetta Perrotta, Direttore di Assoambiente, al convegno “Quale futuro per il riciclo?”, promosso nell’ambito del Green Med Expo&Symposium di Napoli.

Il punto centrale riguarda il passaggio da una circolarità misurata soprattutto nelle sue performance ambientali a una circolarità pienamente integrata nella strategia industriale del Paese. Il riciclo non è più soltanto uno strumento di gestione sostenibile dei rifiuti, ma una leva per rafforzare la competitività, ridurre la dipendenza dall’estero, contenere l’esposizione alla volatilità dei mercati internazionali e contribuire alla decarbonizzazione.

Il quadro illustrato da Assoambiente mostra infatti un Paese virtuoso, ma ancora esposto a fragilità strutturali. Da oltre dieci anni l’Italia utilizza circa 824 kg pro capite annui di materia, un valore inferiore alla media europea di 1.335 kg. Questo dato segnala una maggiore efficienza relativa nell’uso delle risorse. Tuttavia, nello stesso arco temporale, la Germania ha ridotto il proprio consumo di materia del 23%, mentre l’Italia si è fermata a un calo dell’1%. Il confronto evidenzia una transizione ancora troppo lenta verso un reale disaccoppiamento tra crescita economica e utilizzo delle risorse naturali.

Resta inoltre elevata la dipendenza del Paese dalle importazioni di materiali, in particolare biomasse vergini e combustibili fossili. Le importazioni hanno raggiunto i 498 kg pro capite, contro una media UE di 334 kg. È un elemento coerente con la struttura del sistema economico nazionale, ma che espone l’Italia alle tensioni geopolitiche e alla volatilità dei mercati. In questo scenario, rafforzare il riciclo e il recupero significa intervenire anche su un tema di sicurezza delle risorse, oltre che di sostenibilità ambientale.

Anche sul fronte dell’estrazione primaria, l’Italia presenta valori inferiori alla media europea: 571 kg pro capite, rispetto a una media UE di 1.150 kg, ai 991 kg della Germania e ai 954 kg della Francia. Ma questo dato non si traduce ancora in una riduzione strutturale del ricorso alle materie vergini. Secondo Assoambiente, il Paese non ha ancora sviluppato pienamente meccanismi efficaci di sostituzione e recupero, capaci di valorizzare in modo sistematico le materie riciclate nei cicli produttivi.

Una delle criticità più rilevanti riguarda il settore delle costruzioni. In questo comparto permane un utilizzo limitato degli aggregati riciclati derivanti dal recupero dei rifiuti edili, mentre continua il consumo di nuove risorse da cava. Il tema si collega anche al consumo di suolo e alla necessità di integrare meglio bonifiche, rigenerazione urbana e utilizzo di materiali recuperati. È un passaggio decisivo per trasformare un ambito ad alta intensità di risorse in una leva concreta di circolarità.

Le difficoltà riguardano anche altre filiere strategiche, come RAEE, tessile e plastica. In alcuni casi la raccolta resta insufficiente; in altri, i materiali riciclati faticano a trovare sbocchi di mercato. A pesare sono norme disomogenee, una domanda ancora debole e mercati non pienamente maturi. Il rischio è che la capacità industriale del riciclo non trovi un adeguato riconoscimento nella domanda finale di materiali recuperati.

Per questo, secondo Assoambiente, il tema delle regole diventa centrale. Servono norme chiare, uniformi e stabili, in grado di dare certezza agli operatori e favorire gli investimenti. Accanto alle regole, è necessario rafforzare la domanda: una fiscalità capace di premiare chi investe nella circolarità e una politica di acquisti pubblici orientata alle materie prime seconde possono contribuire a consolidare i mercati del riciclato.

Il legame tra economia circolare e clima rappresenta un ulteriore elemento strategico. L’Italia registra emissioni inferiori alla media europea e un trend di riduzione positivo, ma questo non è ancora sufficiente a garantire il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030 e al 2050. In questa prospettiva, riciclo e recupero devono essere considerati strumenti integrati nella strategia nazionale di decarbonizzazione.

Come ha sottolineato Elisabetta Perrotta, l’industria italiana del riciclo continua a distinguersi a livello europeo per performance elevate, ma dietro questi risultati emergono fragilità profonde, soprattutto nelle filiere strategiche ancora frenate dall’assenza di mercati maturi e da una domanda insufficiente di materiali riciclati. Il riciclo, oggi, è una leva industriale, competitiva e strategica per la sicurezza delle risorse e la decarbonizzazione del Paese.

La sfida dei prossimi anni sarà quindi trasformare un primato quantitativo in una leadership industriale stabile. L’Italia dispone già di competenze, tecnologie e capacità operative per giocare un ruolo di primo piano nella transizione circolare europea. Per riuscirci, dovrà accelerare verso un modello economico capace di ridurre consumi e dipendenze esterne, valorizzare le materie prime seconde e diminuire in modo strutturale gli impatti ambientali del sistema produttivo.