Riscaldamento urbano, l'errore di pensare agli alberi come feticcio e non come infrastruttura

Di Giovanni Franchini

21/07/2026

Le dieci maggiori città italiane messe sotto la lente da un recente studio del CNR hanno oggi, in media, l'8,3% della superficie coperta da chiome d'albero. Ancora molto lontano dalla soglia che, secondo la letteratura scientifica e la stessa Commissione europea, comincia a proteggere la salute, cioè il 30%. Un livello in grado di salvare vite.

Lo studio condotto dall'Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri del CNR (CNR-Iret) con la State University of New York e pubblicato su npj Urban Sustainability, ha simulato cosa sarebbe accaduto durante la letale ondata di calore del 2003 se ogni quartiere di dieci città, da Roma a Bolzano, avesse avuto il 30% di chioma.

Il risultato: si sarebbero evitati 574 dei 1.962 decessi da caldo allora registrati tra gli over 65, quasi un terzo, con riduzioni che in alcune città avrebbero superato l'80%. Nelle ore più roventi, la temperatura percepita sarebbe scesa in media di quasi 4°C.

Sono numeri che sembrano chiudere il discorso: si piantano alberi, tanti, e la città si raffredda. Ma non è così semplice, purtroppo. Lo stesso studio contiene l'avvertenza che ne rovescia la lettura ingenua. Ed è qui il punto: l'albero non è un ombrellone, è un'infrastruttura idrica.
 

Il condizionatore che funziona solo con l'acqua

Un albero raffresca in due modi. Con l'ombra, che ripara dalle radiazioni solari e impedisce ad asfalto e muri di arroventarsi: e questo funziona sempre.

E funziona con l'evapotraspirazione: l'albero pesca acqua dal suolo e la rilascia come vapore dalle foglie; il passaggio da liquido a vapore assorbe calore, così l'energia che avrebbe scaldato l'aria se ne va a evaporare acqua. È il vero condizionatore naturale. Ma funziona solo in un caso: se l'albero ha acqua da traspirare.

Nelle estati mediterranee siccitose, al contrario, il suolo si asciuga, l'albero chiude gli stomi per non morire, l'evapotraspirazione crolla, proprio durante l'ondata di calore, cioè quando servirebbe di più. Non a caso lo studio del CNR, che simulava zero irrigazione, ha visto la siccità del 2003 frenare il raffrescamento atteso.

Da qui il nodo che le città devono ancora sciogliere. Per tenere vivo e attivo quel verde bisogna garantirgli acqua, cioè spesso irrigare. Ma l'acqua che abbassa la temperatura dell'aria, quella che legge il termometro, alza l'umidità. E il pericolo per il corpo umano non si misura sul termometro, bensì sulla temperatura di bulbo umido, che tiene insieme calore e umidità: il corpo si raffredda sudando, ma se l'aria è già satura il sudore non evapora e non ci si raffredda più.

Il rischio è massimo di notte, quando l'umidità ristagna vicino al suolo e nega alla città quella tregua notturna in mancanza della quale il caldo uccide.

Si potrebbe pensare che irrigare sia dannoso alla salute.  Non è così. La temperatura percepita, di norma, con l'acqua non peggiora, anzi scende.

Il problema nasce con l'irrigazione sbagliata, a pioggia, di giorno, a tappeto. Al cotnrario con i moderni sistemi a goccia o sub-superficiali, notturni, regolati da sensori di umidità del suolo, si tiene in vita il verde senza gonfiare l'umidità. Ed ecco che si arriva al nocciolo della questione. Irrigare per le città significa progettare una infrastruttura idrica in tutti i sensi.

Riscaldamento urbano, l'errore di pensare agli alberi come feticcio e non come infrastruttura

Come si costruisce un'infrastruttura idrica

Ecco perché il verde va pensato come un impianto, non come arredo. Il modello ha un nome, città spugna, e una logica: trattenere l'acqua dove cade, invece di scaricarla il più in fretta possibile.

Come si prende e si trattiene l'acqua nel suolo. La risposta è intuibile: dalla depavimentazione: togliere asfalto e cemento inutili perché la pioggia possa entrare nel suolo.

Dove non si può de-sigillare del tutto, si usano pavimentazioni permeabili; sotto le superfici calpestabili, suoli ingegnerizzati che trattengono acqua e lasciano respirare le radici.

Il serbatoio è la raccolta della pioggia: catturare il deflusso di tetti e piazzali e stoccarlo per l'irrigazione. Ed è qui che il cerchio si chiude, perché la stessa acqua che allagherebbe la strada diventa quella che alimenta il condizionatore-albero.

Completano il sistema la scelta di specie resistenti alla siccità e un'irrigazione mirata. Piantare un albero in una buca di cemento, senz'acqua, significa soltanto vederlo morire.
 

Le città lo sanno come si foresta?

Le città italiane si muovono, ma a velocità e profondità molto diverse. La domanda giusta, per distinguerle, è una sola: lo fanno da sistema, verde e acqua insieme, o da vetrina "mettiamo qualche albero e abbiamo risolto il problema"?

Milano è il caso più maturo e misurabile: dal 2022 la strategia "città spugna" ha de-impermeabilizzato oltre 50 mila metri quadri, di cui più di 20 mila di nuovo verde e oltre 30 mila di pavimentazioni drenanti, con altre 27 aree già individuate.

Bologna gioca sull'anzianità e sulla scala: prima città italiana a dotarsi di un piano di adattamento climatico (2012, progetto europeo LIFE BlueAp), oggi con il programma "Bologna Verde" che punta a liberare dal cemento oltre 100 mila metri quadri, a partire dalle aree ex Ravone ed ex Casaralta.

Parma offre il modello metodologicamente più pulito: in Piazzale Borri un intervento programmato "progetto, cronoprogramma, finanziamento pubblico-privato strutturato", avviato nel maggio 2026 dal consorzio KilometroVerde Parma con il Comune. Assieme a Padova con i suoi rain garden della zona industriale pensati dichiaratamente per il drenaggio urbano sostenibile.

Sul versante opposto stanno i manifesti. Prato ha il piano più ambizioso, 190 mila alberi, uno per abitante, entro il 2030, firmato Stefano Boeri e Stefano Mancuso, ma appare molto forte sulla quantità e sulla comunicazione, molto meno documentato sul lato della gestione dell'acqua. Il conteggio degli alberi non è ancora, di per sé, un'infrastruttura idrica.

70 milioni di dollari l'anno di acqua trattenuta

Il paradosso è che, anche dove si pianta e si depava, quasi nessuno ragiona ancora sul nodo dell'acqua e di verde in termini di infrastruttura. Eppure è proprio lì che il verde urbano rivela la sua natura circolare: nello scenario del CNR, la voce economica più ricca dei benefici collaterali non è nemmeno il raffrescamento, ma l'acqua piovana trattenuta, oltre 70 milioni di dollari l'anno sulle dieci città, davanti a qualità dell'aria e sequestro di carbonio. L'albero urbano è un nodo che chiude più cicli insieme: acqua, aria, carbonio, salute.

L'Italia, oggi, è in una fase che gli osservatori chiamano di "pre-attuazione": sa realizzare i singoli pezzi, ma non ancora il sistema, e i piani di adattamento climatico riguardano appena il 40% dei comuni. Finché la chioma resterà un numero da esibire, e non un'infrastruttura da irrigare, il 30% che salverebbe vite resterà quello che è oggi: uno slogan.