Le dieci maggiori città italiane messe sotto la lente da un recente studio del CNR hanno oggi, in media, l'8,3% della superficie coperta da chiome d'albero. Ancora molto lontano dalla soglia che, secondo la letteratura scientifica e la stessa Commissione europea, comincia a proteggere la salute, cioè il 30%. Un livello in grado di salvare vite.
Lo studio condotto dall'Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri del CNR (CNR-Iret) con la State University of New York e pubblicato su npj Urban Sustainability, ha simulato cosa sarebbe accaduto durante la letale ondata di calore del 2003 se ogni quartiere di dieci città, da Roma a Bolzano, avesse avuto il 30% di chioma.
Il risultato: si sarebbero evitati 574 dei 1.962 decessi da caldo allora registrati tra gli over 65, quasi un terzo, con riduzioni che in alcune città avrebbero superato l'80%. Nelle ore più roventi, la temperatura percepita sarebbe scesa in media di quasi 4°C.
Sono numeri che sembrano chiudere il discorso: si piantano alberi, tanti, e la città si raffredda. Ma non è così semplice, purtroppo. Lo stesso studio contiene l'avvertenza che ne rovescia la lettura ingenua. Ed è qui il punto: l'albero non è un ombrellone, è un'infrastruttura idrica.
Il condizionatore che funziona solo con l'acqua
Un albero raffresca in due modi. Con l'ombra, che ripara dalle radiazioni solari e impedisce ad asfalto e muri di arroventarsi: e questo funziona sempre.
E funziona con l'evapotraspirazione: l'albero pesca acqua dal suolo e la rilascia come vapore dalle foglie; il passaggio da liquido a vapore assorbe calore, così l'energia che avrebbe scaldato l'aria se ne va a evaporare acqua. È il vero condizionatore naturale. Ma funziona solo in un caso: se l'albero ha acqua da traspirare.
Nelle estati mediterranee siccitose, al contrario, il suolo si asciuga, l'albero chiude gli stomi per non morire, l'evapotraspirazione crolla, proprio durante l'ondata di calore, cioè quando servirebbe di più. Non a caso lo studio del CNR, che simulava zero irrigazione, ha visto la siccità del 2003 frenare il raffrescamento atteso.
Da qui il nodo che le città devono ancora sciogliere. Per tenere vivo e attivo quel verde bisogna garantirgli acqua, cioè spesso irrigare. Ma l'acqua che abbassa la temperatura dell'aria, quella che legge il termometro, alza l'umidità. E il pericolo per il corpo umano non si misura sul termometro, bensì sulla temperatura di bulbo umido, che tiene insieme calore e umidità: il corpo si raffredda sudando, ma se l'aria è già satura il sudore non evapora e non ci si raffredda più.
Il rischio è massimo di notte, quando l'umidità ristagna vicino al suolo e nega alla città quella tregua notturna in mancanza della quale il caldo uccide.
Si potrebbe pensare che irrigare sia dannoso alla salute. Non è così. La temperatura percepita, di norma, con l'acqua non peggiora, anzi scende.
Il problema nasce con l'irrigazione sbagliata, a pioggia, di giorno, a tappeto. Al cotnrario con i moderni sistemi a goccia o sub-superficiali, notturni, regolati da sensori di umidità del suolo, si tiene in vita il verde senza gonfiare l'umidità. Ed ecco che si arriva al nocciolo della questione. Irrigare per le città significa progettare una infrastruttura idrica in tutti i sensi.