A sinistra una famosa pubblicità dell’acqua Evian, da anni emblema delle acque di lusso, balzata alla ribalta delle cronache grazie alla
Ferragni testimonial:
8 euro per una bottiglietta, ma cercando se ne trovano di molto più costose (la Kona Nigari, ad esempio, pare costare 405 dollari a bottiglia). A destra invece, una trovata geniale dell’organizzazione umanitaria
Water of Africa per sensibilizzare sull’argomento: l’acqua imbottigliata che oggi, non cento anni fa, sono costretti a bere in moltissime zone del mondo moltissimi uomini, donne, bambini, che potremmo dire hanno perso la lotteria e sono nati nella parte povera del globo.
Un’immagine di questo tipo dovrebbe chiudere i discorsi, ma purtroppo possiamo continuare.
Con i numeri per esempio. Impietosi: secondo l’ONU, nell’anno di grazia (poca) 2021,
il 40% della popolazione mondiale non ha ancora accesso e diritto all’acqua. Significa 4 miliardi di persone che non sanno cosa sia la colpevole abitudine di lasciare il rubinetto aperto per rispondere al telefono (difficile farlo, non avendo né rubinetto né telefono!). Cose di cui noi gente che sguazza, modestamente, è maestra: nel 2018, giusto per fare due numeri,
il volume d’acqua utilizzato in Italia era pari a 419 litri a testa (
ISTAT). Se si tolgono i 2 litri al giorno che i medici consigliano di bere, i 5-7 sciacquoni quotidiani (in media) che significano 50-70 litri, e altri 30 immolati lavando i denti tre volte al dì, gli altri 317 litri dove finiscono?
Infine, le storie.
Qui materiale da attingere ce n’è a iosa: dalla triste e famosa epidemia di colera che colpì la Londra dell’800 e che è ancora oggi utilizzata per ricordare il nesso tra tubature, salute dell’acqua ed epidemie, sino a meno celebri drammi come quelli andati in scena nel Michigan, dove nel 2014, mica nella Londra vittoriana, l’acqua fu trattata in modo inadeguato e i residenti fecero il bagno, cucinarono e bevvero acqua con livelli di piombo altissimo e quasi letale.