Sette ore

di Antonio Disi

20/02/2026

Sette ore
Sette ore di treno. Troppe se parti a mezzogiorno e non hai sonno. Ma la destinazione è buona. Il tempo, se lo guardi dritto, si calma. Io provo a dargli peso. Non lasciarlo vuoto.
Mi diverto a contare. A ogni ora appendo qualcosa. Una storia, un pensiero, un rimorso.

In fondo al vagone c’è un uomo. L’ho conosciuto al binario. Sei mesi in mare sulle navi. Tre mesi a casa, sui monti Alburni. Moglie e quattro figli. Lui parla poco. Dice solo: «Il tempo è la paga». Ha faccia di sale e calendario.
Quando guarda fuori dal finestrino sembra contare i chilometri come fossero turni. Il mare gli resta addosso, anche qui, tra i sedili.

Più avanti c’è uno con una missione. Va a prendere la madre, vedova. Vuole portarla via dal paese. Dice: «Per il suo bene». Lei è legata ai morti, alle case basse. Lui ha un biglietto di sola andata per lei, piegato nel portafogli. Non sa se lo userà. Il treno non gli risponde.
Ogni stazione è un dubbio, ogni fermata qualcosa che resta seduto accanto.

Anch’io ho una missione. Domani parlerò a un convegno. Mi hanno chiamato per dire due, tre cose dritte: consumare meno, usare meglio, non sprecare energia.
Il richiamo lo sento da anni. Roba che vibra, lampeggia, si scarica e finisce in un cassetto. Ho poco tempo e non voglio fare il predicatore. Cerco parole con le mani ancora sporche di corrente.

Quando viaggio, dentro di me parte sempre una specie di proiezione.
Adesso vedo un giovane che entra in un’oggettoteca, una specie di biblioteca per attrezzi. Cammina piano, come chi pesa i passi. Gli scaffali sono pieni di trapani, seghe, cavi arrotolati come serpenti addormentati.
Cerca un trapano per fissare una mensola. La ragazza al banco gli passa la scheda da firmare.
«Non serve comprarlo», gli ricorda.
Lui annuisce.
«Una volta le cose si aggiustavano», mormora. «Ora si buttano.»
Prende la valigetta e la tiene stretta. Tempo fa aveva portato un vecchio frullatore, ancora buono. Qualcun altro l’ha già usato.
La scena si spegne da sola. Resto a guardarla ancora un momento.
Non sempre basta il buon senso. Però certi gesti cambiano direzione, anche di poco.
A volte basta.

Ho una fissazione, il tempo. Non è una pena. È un attrezzo. Lo misuro per fargli prendere densità. Se conosco l’intervallo, lo stringo. Se conosco la luce, provo a trattenerla un poco di più. Sette ore possono essere buio. Oppure legna sul fuoco.
Conto. Arriverò con il sole già andato. Ieri ero in viaggio, la testa ha i binari incrociati. Chi mi verrà a prendere? Cenerò da solo?
Non ho chiesto quando mi hanno invitato. Guardo il cellulare che mi ha regalato mia moglie. Schermo pulito, luce fioca. Niente suoni. Non vibra. Lo tengo acceso solo per vedere l’ora ogni tanto. Resta in tasca, silenzioso. Così il resto rimane lontano.
Apro il mio libro. È un saggio. Ci ho messo quasi un anno. Rileggo alcune pagine. Reggono. Chiudo. Va bene così.
Metto la musica piano. Mangio un pezzo di pizza che ho fatto con il lievito madre. Quando ho addosso nervi, impasto. Ho tolto cartacce e pellicole. Fogli di silicone, barattoli di vetro col coperchio socchiuso. Il lievito lavora se gli lasci aria e ore. La crosta mi dice che il tempo fa mestiere, come il mare con le pietre.
Spengo la musica. Provo l’intervento. Voglio frasi che stiano in piedi da sole. A che serve farmi bello? Mi chiedo perché mi hanno invitato. Hanno letto il libro? Hanno visto un post? È passato un nome per passaparola?

Ogni volta ringrazio. Non sono speciale. Aggiusto, metto a posto, perdo e vinco poco. Come restituisco il tempo che mi danno? Con chiarezza. Con onestà.
E poi penso: perché non raccontare semplicemente quello che vivo? La normalità è il terreno. Lì le scelte attecchiscono.

Dietro di me dorme una ragazza con gli occhiali scuri. Il treno sobbalza, scivolano. Vedo i lividi intorno agli occhi. Il nodo sale. Non so niente. Guardo altrove. Spero solo che qualcosa sia cambiato per lei.
Di fianco a me una donna anziana parla in dialetto lucano. Capisco a metà. Mi sorride, ricambio. Dalla borsa parte una voce registrata, lontana. Lei si confonde. Le do una mano.
Tiriamo fuori un lettore mp3 con gli auricolari annodati. Dentro c’è una lettera della nipote. Lei la ascolta ogni sera per dormire. Ci sono canzoni che la radio non manda più. Resta in silenzio, con un sorriso piccolo.
Penso a quando da bambino scrivevo biglietti ai nonni. Le cartoline con righe storte. Agli scarabocchi sui libri di mia madre, omini fatti di linee che correvano tra le parole e si fermavano all’ultima pagina come davanti al mare.

A quel punto mi torna in mente Roberto. È stato il mio direttore, un maestro vero, ma anche un amico. Diceva quasi sempre le cose giuste, e quando non lo erano, lo sembravano. Morì di tumore, una mattina di settembre. Io ero in treno, come adesso.
Arrivò un messaggio, poche parole, e il vagone divenne silenzioso. Guardai fuori, come se il paesaggio potesse spiegare qualcosa. Le colline scorrevano, ma dentro tutto si era fermato.
Da allora ogni viaggio pesa un poco di più. Quando vedo i binari mi torna quella corsa inutile verso un luogo che non avrei più trovato. Roberto amava le parole, le cercava come strumenti di verità. Ti faceva pensare, anche quando non volevi.
Alcune sue frasi tornano nei momenti inattesi, come promemoria gentili. Forse è per questo che voglio che il tempo sia pieno, utile.
Lui avrebbe sorriso e detto: «L’importante è che non resti fermo».
Io ci provo.

Quando torno a Parma comprerò un taccuino a mio figlio Carlo. Che si prenda i suoi giorni e un domani glieli restituisca. La settimana scorsa ho messo in ordine la sua stanza. Sulla scrivania c’era scritto: «Progetto: scrivere un manga». Ho rimesso i fogli in pila. Non ho detto niente.
La donna anziana si addormenta. Io penso al futuro di mio figlio. Starà vicino? Lontano?
A volte promette che resterà con noi. Altre volte vorrebbe volare in Giappone. Adesso per lui il mondo è casa, scuola e libreria. Gli basta. Io temo solo che un giorno il mondo corra più veloce di lui.
Poi lo guardo e sento una tenacia tranquilla. E mi dico che il tempo, con lui, saprà aspettare.

Mancano quattro ore. Nella testa riparte il dopo. Finisco di parlare. La gente torna a casa e comincia a fare meglio la differenziata. Risparmia energia. Scambia, ripara. Qualcuno lascia ferma l’auto e pedala.
Quando i corpi cambiano strada, le scuse finiscono. Economia circolare smette di essere parola da convegno e diventa pratica. Qualcuno mi darà consigli. Li scriverò. Proverò a fare meglio.

Il treno arriva. Scendo nella notte fresca di mare. Mi sembra di esserci già stato. Forse da piccolo, forse in un’altra pagina. Le strade sono vuote. Il navigatore fatica. Trovo l’albergo lo stesso. Il corpo ricorda.
Nessuno mi aspetta. Ho una borsa, niente trolley. Per una notte scelgo leggero. Ho imparato che il peso del bagaglio assomiglia all’impronta del viaggio.

In camera fa fresco. C’è un climatizzatore vecchio. Il proprietario ha detto: «Usalo».
Io metto la felpa, tiro su la coperta. In bagno uno scaffale storto. Ci appoggio il beauty di Mascalzone Latino che ho da più di vent’anni. Dentro il minimo: spazzola, lametta, dentifricio, qualche saponetta presa negli alberghi e rimessa nella bustina.
Una volta usai quella dell’hotel. Il giorno dopo era sparita. La signora delle pulizie l’aveva buttata per sostituirla. «Si fa così», disse. Le abitudini cambiano piano.
Nella tasca davanti della borsa infilerò qualche cartaccia da buttare a casa. Il cestino in camera è un miscuglio senza scrupolo. Io preferisco scegliere dove finisce ogni cosa. Quando trovo un albergo che differenzia, lo noto subito.
Mi affaccio. Nessun locale. Due lampioni. Dietro, il mare. Non mangio da ore. Ho ancora pizza. L’albergatore ha lasciato una bottiglia di prosecco e un bicchiere di vetro. Brindo da solo. Alla leggerezza che non è trascuratezza.
Mi sdraio. Il soffitto è bianco come un foglio. Questa stanza che non è mia mi è familiare. Quante notti così. Il giorno dopo a parlare a sconosciuti. Ogni volta mi chiedo cosa porto via in cambio. Un’idea, una correzione, un grazie.
So che non è l’ultima volta. So anche che domani sera avrò altre sette ore di treno per tornare.

Prima di spegnere preparo la scaletta. Poche righe. Dare durata alle cose. Accendere una luce in meno. Camminare, quando si può. Non vergognarsi di riparare. Insegnare a un figlio il valore di un taccuino.
Dico anche il mio nodo: «Non sono migliore. Ogni giorno baratto comodità con coerenza. Spesso perdo. Quando vinco, resta una traccia».
Spengo la lampada. La coperta su fino alle spalle. Penso a mio figlio che dorme. All’uomo del mare, a quello col biglietto di sola andata, alla ragazza coi lividi, alla donna col lettore.
E poi a Roberto. Gli parlo piano, come se potesse ancora sentire attraverso il rumore dei treni. Gli dico che domani sarò puntuale. Che il tempo, stavolta, non mi scapperà.

Ognuno ha il suo metronomo. Il mio stanotte batte piano. Il mare fa il suo respiro antico.
Domani parlo. Poi torno.
Sette ore all’andata, sette al ritorno.
Non cambio il mondo. Provo solo a spostare una traiettoria d’un millimetro.
A volte basta.
Altre volte no, ma domani parlerò lo stesso.