Nel 1972 a Stoccolma si inaugurò la prima Conferenza delle Nazioni Unite sull'ambiente umano. Nasce così la cooperazione tra gli Stati per la necessità di proteggere l'ambiente. Era una risposta alle conseguenze che le piogge acide avevano avuto sugli alberi testimoniate dal New York Times che diffuse le relazioni dello Hubbard Brook Experimental Forest in New Hampshire. C’era l'evidenza del problema, il segnale di crisi profonda che ha aperto il dibattito nel settore ambientale. Il mare sembra ancora nascondere i suoi enormi problemi, è malato, arrabbiato e noi non ce ne accorgiamo. Perché?
In primo luogo perché lo conosciamo poco. Sembra incredibile visto il livello tecnologico che abbiamo raggiunto, ma ad oggi ne abbiamo studiato seriamente meno dello 0,1%. Non abbiamo mai mappato l'ambiente marino neppure all'interno delle 12 miglia dalle coste, le nostre acque territoriali. Recentemente l'Italia ha lanciato la ZEE (Zona Economica Esclusiva) la cui competenza in alcune aree supera anche le 50 miglia dalla costa. Ciò pone un ulteriore problema: come si può gestire una zona che non si conosce?
In secondo luogo la mancanza di evidenza è causata dalla complessità, perché del mare non abbiamo nemmeno i dati necessari per fare un'analisi dello stato delle cose. Ad esempio non abbiamo coscienza di come sia il sistema di risalita dei nutrienti dal fondo, né quali siano i flussi di energia. Possiamo dire poco, possiamo solo subire. Noi esperti, biologi marini e oceanografi, non abbiamo gli strumenti necessari e sufficienti per conoscerlo in modo accurato. Pensi che fino all'anno scorso non avevamo nemmeno una nave pubblica da ricerca.
Questa mancanza potrebbe avere anche una sorta spiegazione antropologica? L'uomo ha scoperto il mare solo recentemente. Nei secoli scorsi lo ha sempre temuto.
A noi il mare fa storicamente paura sempre per lo stesso motivo, non lo conosciamo. Sono orgogliosamente calabrese, la mia è sicuramente una terra di mare. Eppure per centinaia di anni abbiamo vissuto arroccati sulle montagne per difenderci delle continue invasioni che venivano proprio dal mare, che per questo veniva visto come un nemico o un pericolo costante. Poi in seguito, l'abbiamo scoperto e abbiamo sviluppato anche la pesca costiera, ma non siamo mai diventati un popolo di marinai.
Forse il problema è che non consideriamo il mare come una soluzione ai tanti problemi che abbiamo.
Il primo grande servizio ecosistemico, la sottrazione di CO2, è fornito dal mare, e non è poco. La maggior parte di acqua che abbiamo su questo Pianeta (che vista la maggiore estensione marina rispetto a quella terrestre dovrebbe chiamarsi Oceano) è salata e il restante, un buon 70%, è inquinata. L'acqua dolce utilizzabile è una frazione modestissima, lo 0,5%. Se pensiamo all'enorme quantità di acqua che consumiamo per produrre proteine, continuando al ritmo attuale, presto ci ritroveremo senza acqua potabile. E dove prendere l'acqua da bere se non dal mare? Il mare in futuro ci disseterà. Non ci sono dubbi. In Italia si parla di siccità da un paio di anni, e tra un paio di anni inizierà forse un piano per il recupero dell'acqua. È inevitabile. Ma lo faremo in ritardo. Eppure siamo circondati dall'acqua... Non è che non lo sappiamo o non la vediamo. E ancora, prendiamo il tema delle proteine: il mare fornisce una gamma enorme di fonti proteiche di origine non solo animale, pesci, crostacei e molluschi, ma anche vegetale, le alghe unicellulari ad esempio. La spirulina, alga ricca di proteine, non è certo una novità visto che era un alimento già presente sulle tavole dei Faraoni.
Infine parliamo del jellyfish, le meduse, poco utilizzato e conosciuto nel nostro emisfero, ma di cui c'è in atto un notevole aumento dello stock.
La medusa può essere davvero la risorsa proteica del futuro?
In Cina la usano da millenni, bisognerà iniziare a utilizzarla anche qua.
In che modo il mare ci può aiutare a soddisfare i nostri bisogni energetici?
L'Italia ha investito parecchie risorse sull'eolico terrestre, ma il vento presente a terra è modesto, scostante e per questo inadeguato. In mare, invece, c'è sempre un vento forte e costante, giorno e notte. L'eolico marino è la risposta strategica ai nostri fabbisogni di energia rinnovabile.
La Germania anni fa si pose l'obiettivo di sfruttare l'energia elettrica rinnovabile da eolico, nel loro caso terrestre. Espropriò il 2% del terreno pubblico e, nonostante le polemiche, il percorso sta andando avanti. Da noi non è così. L'unica strategia sulle energie rinnovabili sembra essere la confusione.
Perché nel nostro Paese una vera e propria strategia sull'energia rinnovabile molto semplicemente ancora non c'è. Quella legata al vento del mare può essere la soluzione giusta. L'unica realmente possibile. Un modello da cui si dovrebbe prendere spunto è quello della Spagna, che ha già individuato le aree in cui realizzare l'eolico “galleggiante offshore”.
Il PNRR si è accorto che il mare è una risorsa?
Nel PNRR il mare non è stato neppure citato, se non marginalmente e relativamente solo alla questione dei porti.
Questo è veramente strano. L'Italia è una penisola, una delle più grandi al mondo, e a livello produttivo è un grande Paese. Si parla molto di blue economy ma, le chiedo, è mai stato fatto uno studio che identifica i fattori competitivi rappresentativi dell'essere una penisola, circondata dal mare?
Sono costretto ancora una volta a dire di no. L'unico monitoraggio che abbiamo attualmente è legato esclusivamente alla balneazione, dove il Ministero della Salute, attraverso le A.R.P.A., fa fare dei campionamenti per verificare l'assenza o la presenza dei batteri colifecali. Tutto qua.
Il mare, per adesso, ci sta raccontando solo delle brutte storie...
Ma ci potrebbe raccontare tantissime storie belle. In mare c'è tutto: acqua, cibo ed energia, che sono le condizioni primarie per la sopravvivenza della nostra specie sulla Terra. E sono storie mai raccontate perché non è stato consentito alla comunità scientifica di scriverle.