«Sono ancora qui». Intervista esclusiva alla Sostenibilità

di Paolo Marcesini

02/03/2026

«Sono ancora qui». Intervista esclusiva alla Sostenibilità

Ha accettato di incontrarmi, ma solo per un caffè. Sono sorpreso, da tanto tempo volevo parlare con lei. Direttamente con lei. Entro in un ufficio che odora di carta riciclata e futuro incerto. È seduta, con gli occhi stanchi di chi ormai ha ascoltato troppe promesse e visto troppi passi indietro, dubbi, indecisioni, bugie. Lei è la Sostenibilità. Qualcuno, ultimamente, ha messo in dubbio la sua esistenza, dice addirittura che non serve, che è inutile, un intralcio. Mi chiede se voglio lo zucchero. Il caffè lo prende amaro anche lei.

Come sta, in questo momento?
Sto come chi ha costruito una casa per trent’anni e si ritrova ancora a dover spiegare a cosa serve costruire una casa. Sono stanca, ma soprattutto sono arrabbiata. C’è una bella differenza. La stanchezza la curi con il riposo, la rabbia non la puoi curare, la devi combattere.

Arrabbiata con chi?
Con chi oggi usa la crisi economica come scusa. Con chi dice “adesso non è il momento”, come se il momento giusto per pensare al futuro fosse solo quando il futuro non costa nulla. Ho sentito questa frase mille volte: prima risolviamo l’emergenza, poi pensiamo alla sostenibilità. Ma io sono la risposta all’emergenza. Non un lusso che viene dopo.

Eppure c’è una narrazione sempre più forte che la dipinge come un peso. Troppi costi, troppi vincoli, troppa burocrazia, troppa ideologia. Dicono addirittura che lei è di sinistra. 
Conosco quella narrazione. Per dire quello che dicono spendono un sacco di soldi. Per la verità invece non ci sono mai risorse sufficienti. Non so nemmeno cosa siano la destra o la sinistra, non ho mai pensato a me stessa come una scelta di campo. Guardi, capisco che fare le cose per bene costi tanta fatica. Capisco che cambiare un sistema rodato faccia paura. Ma confondere la fatica con l’inutilità è pura disonestà intellettuale, o ignoranza. Scelga lei quale delle due è peggio. I costi che mi attribuiscono spesso sono reali, il cambiamento è sempre un investimento. I costi dovuti alla mia negazione invece non li mettono mai nel conto. Quando costa l’insostenibilità? Sino a due anni fa, dopo anni di battaglie nelle università e nei dibattiti pubblici, ci eravamo abituati a parlare di “crisi climatica” adesso in tanti tornano a parlare di “cambiamento climatico”.  Sembra una questione solo semantica. Non lo è. 

Si parla di transizione. Spesso mi domando: quanto dura una transizione? Taluni la definiscono un’utopia, distaccata dalla realtà economica delle persone.
A volte sono stata raccontata come un privilegio di chi può permettersi di scegliere. Come una cosa da ricchi, da intellettuali, da chi ha già il frigo pieno. Ma questa è una distorsione, non la mia essenza. La sostenibilità vera è garantire che anche tra cinquant’anni ci sia un frigo, e che sia pieno per tutti, nessuno escluso. È una questione di giustizia sociale, prima ancora che ambientale. Chi mi ha trasformata in una questione ideologica in una sorta di inutile estetica del perbenismo non ha fatto un torto solo a me, lo ha fatto al futuro. La transizione ha senso se si evolve in un dato tempo. Non riusciamo a dare un limite al tempo. Eppure è la risorsa più importante che abbiamo.

La parola “sostenibilità” comunque è entrata in crisi. Eppure i contenuti che rappresenta non sono mai stati così urgenti. Come si spiega questa contraddizione?
È la storia di tutte le parole che hanno avuto troppo successo. Quando una parola diventa potente si trasforma in bersaglio. Prima l’hanno usata tutti, anche chi non ci credeva, anche chi voleva solo sembrare di moda. Poi l’hanno svuotata, ridicolizzata, privata di senso.  Ma i suoi contenuti, come dice lei, sono rimasti. Il suolo non sa che la sostenibilità è una parola entrata in crisi. Il clima non aspetta che troviamo una terminologia più efficace per essere difeso. La parità di genere è un diritto innegabile. E poi continuare…

Già che ci siamo: esistono sinonimi che suggerisce di usare al posto di “sostenibilità”? Parole che abbiano ancora la forza che lei ha perso?
Resilienza funziona ancora bene, soprattutto quando si parla di comunità, di sistemi, di economie locali. Ha una concretezza che piace a chi diffida dell’astratto. Rigenerazione mi piace molto. È meno difensiva di sostenibilità, guarda avanti anziché limitarsi a non peggiorare le cose. Rigenerare un suolo, rigenerare un quartiere, rigenerare un’economia. Ha un respiro diverso. Cura è forse la parola più politica di tutte, anche se sembra la più morbida. Prendersi cura del territorio, degli ecosistemi, delle persone fragili. Cura implica relazione, responsabilità, continuità nel tempo. Però le dico una cosa: non ho paura di continuare a chiamarmi Sostenibilità. La pronuncio con più precisione, con più esempi, con meno retorica. Ma la pronuncio. Perché abbandonare il significato delle parole significa arrendersi. E non ho nessuna intenzione di farlo.

C’è qualcosa di cui si pente? Un errore che riconosce di aver fatto?
Per troppo tempo ho parlato solo con chi mi capiva già. Ho frequentato le conferenze, i festival, le università, le redazioni di giornali. Mi sono sentita a casa in quei posti e ho trascurato tutti gli altri. È stato un errore di arroganza, forse inconsapevole. Ma un errore. Se potessi tornare indietro non lo rifarei. 

Si sente tradita?
Tradita è una parola grossa. Diciamo delusa. Sa chi non mi ha mai abbandonata? Le comunità locali. Gli agricoltori che vogliono nutrire il mondo rispettando il suolo. Le città che hanno piantato alberi non per moda ma per sopravvivere al calore. I giovani  architetti che progettano edifici come se il 2050 esistesse davvero. Le migliaia di ragazze e ragazzi che ogni giorno tentano di immaginare un mondo migliore e cercano di costruirlo. Il problema vero non sono le persone. Il problema è chi decide le regole del gioco e continua a cambiarle quando decide che la mia presenza è dannosa.

Ha mai avuto momenti in cui ha pensato di mollare?
Il momento più buio è stato dopo la COP 15 di Copenhagen, nel 2009. Se la ricorda? Il mondo intero era lì, centonovantadue paesi, aspettative enormi, una generazione che ci credeva davvero. E si sono alzati dal tavolo con un foglio di carta che non impegnava nessuno a fare niente. Ricordo che per qualche settimana ho fatto fatica ad alzarmi la mattina. Ma sa cosa mi ha salvata? Una notizia piccola, quasi invisibile: in Bangladesh, un gruppo di donne stava costruendo impianti solari nei villaggi rurali. Senza aspettare Copenhagen. Senza aspettare nessuno. Quella notizia mi ha rimessa in piedi. Erano le Solar Manas e proprio nel 2009 quel modello si espande, si evolve, si trasforma dimostrando che poteva essere esportato e replicato con successo a livello globale, portando empowerment femminile e accesso democratico all’energia rinnovabile. Ho sempre saputo che le donne avrebbero sostenuto la mia energia. Mollare io? No. Ma ogni tanto ho bisogno di ricordare il coraggio delle donne del Bangladesh.

C’è un momento storico in cui avrebbe potuto vincere e invece ha perso?
Kyoto, 1997. Lì c’era tutto: la scienza, la volontà politica, persino un accordo firmato. Poi gli Stati Uniti si sono ritirati, altri hanno seguito, e quello che doveva essere un inizio è diventato un simbolo di promesse non mantenute. Ma il momento che mi pesa di più non è il fallimento di un vertice internazionale. È il decennio tra il 2010 e il 2020. Avevamo le rinnovabili che diventavano economicamente competitive, avevamo la consapevolezza pubblica più alta di sempre, avevamo tecnologie mature. Era il momento di accelerare con decisione. Nel 2015 era arrivata l’Agenda di Parigi, la Laudato Si di Papa Francesco. Il mondo parlava di me come soluzione necessaria. Poi ci siamo impantanati, abbiamo permesso che la transizione diventasse una bandiera ideologica, abbiamo sprecato anni preziosi a discutere se il problema esistesse davvero invece di capire come risolverlo. Sono io l’unica soluzione seria sul tavolo, tutto il resto è gestione del declino. Prima o poi lo capiranno.

Chi sono i suoi nemici?
Non le dirò nomi di aziende o di politici. Sarebbe troppo facile e troppo fuorviante. I miei nemici veri sono tre concetti.
Il primo è il trimestre. L’ossessione per i risultati a breve termine ha devastato più ecosistemi di qualsiasi catastrofe naturale. Se avessimo sempre ragionato così, non ci sarebbe stato progresso. 
Il secondo è la possibilità di scaricare i costi sull’ambiente, sulla salute pubblica, sulle generazioni future. Sino a quando inquinare sarà gratis, inquinare sarà conveniente. Si dice a ragione che la sostenibilità è un fattore competitivo ma va chiarito il concetto di competitività. L’obbligo della  rendicontazione di sostenibilità per le imprese pubbliche e private va in questa  direzione, ma invece di accelerare abbiamo rallentato.
Il terzo nemico è la rassegnazione. Quella voce che dice tanto non cambia niente, noi come individui siamo troppo piccoli, il sistema è troppo grande, l’uomo non ha fatto nulla di male, quello che accade è una conseguenza naturale del destino del pianeta. È il nemico più subdolo perché non ha un volto, non ha un ufficio, non puoi nemmeno denunciarlo e portarlo in tribunale.

Come si sente quando sente la parola “greenwashing”?
Come una madre a cui hanno messo in bocca parole che non ha mai detto. Il greenwashing non è solo disonestà commerciale, è un crimine contro la fiducia. Sa qual è la cosa che mi fa più arrabbiare? Che spesso funziona. La gente ci crede, compra, si sente a posto con la coscienza, smette di fare domande. Il greenwashing è il sonnifero che addormenta il desiderio di consapevolezza.

Ci sono critiche che le vengono rivolte la fanno riflettere più di altre?
C’è una categoria di critici che rispetto: quelli che mi dicono che sono troppo lenta, troppo mediata, troppo disposta a scendere a compromessi.  Sono i militanti della decrescita felice a tutti i costi, i teorici del collasso imminente, quelli che dicono che non serve a nulla tentare di aggiustare il presente perché bisogna rifondare tutto. Per vincere abbiamo bisogno di una rivoluzione gentile e condivisa. Ma almeno loro capiscono l’urgenza e la dimensione del problema meglio di molti miei sostenitori troppo tiepidi. Sanno che non si tratta di cambiare solo le lampadine, che il gattopardismo del tutto cambi per non cambiare nulla non potrà più essere il nostro modo di vivere. Poi c’è qualcuno che mi critica, e non parlo dei negazionisti, dicendo che la transizione così com’è concepita scarica i costi sui più deboli e faccio bene ad ascoltarli, il confronto con loro è necessario. Perché non è più sufficiente parlare di competitività, dobbiamo decidere su quale modello giocare la partita della competitività.

Ha dei modelli, qualcuno che considera un eroe?
Donne e uomini come Wangari Maathai, la keniota che ha piantato cinquantun milioni di alberi convincendo le donne del suo paese che riforestare la terra era un atto politico, femminista, rivoluzionario. Non aspettò il permesso di nessuno. Prese una vanga e cominciò. È Vandana Shiva, che ha guardato in faccia le multinazionali dell’agribusiness e ha detto: i semi non vi appartengono. E lo ha fatto con la stessa calma con cui si dice buongiorno. È Chico Mendes, che proteggeva la foresta amazzonica sapendo che rischiava la vita e poi l’ha persa davvero.

E in Italia? Riesce a trovare eroi nel mio Paese che spesso sembra distratto?
L’Italia sa fare cose straordinarie che poi racconta malissimo. E un Paese come il vostro ha sempre bisogno di eroi. Uno su tutti, Alexander Langer. Senza di lui questa conversazione non esisterebbe. Un uomo che negli anni Ottanta e Novanta parlava di conversione ecologica quando la parola “ambiente” era solo un concetto astratto. Un politico, un intellettuale, un mediatore di pace che aveva capito che la sostenibilità era soprattutto una questione culturale. Che il problema non sono solo le emissioni ma come ci raccontiamo una nuova idea di progresso. Lo cito spesso. E poi Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food che ha fatto qualcosa di apparentemente semplice e in realtà rivoluzionario: ha convinto milioni di persone che mangiare bene è un atto politico. Che il cibo è cultura, è territorio, è giustizia. Poi c’è Enzo Favoino, uno dei massimi esperti mondiali della strategia “rifiuti zero”. Un tecnico puro, uno che ha passato la vita a spiegare ai comuni italiani che i rifiuti non sono un problema ma una risorsa. Silenzioso, competente, instancabile. Il tipo di persona che tiene in piedi i sistemi mentre gli altri fanno i convegni. E poi vorrei ricordare Riccardo Valentini, climatologo, Premio Nobel per la Pace nel 2007. Un italiano che ha contribuito a costruire la scienza che oggi usiamo per capire quanto tempo abbiamo per tornare in equilibrio. Non è una rockstar, non lo invitano nei salotti televisivi. Sa cos’ha fatto invece? Ha passato anni a misurare quanto carbonio assorbono le foreste europee, albero per albero, consapevole del fatto che usare il mio nome significa parlare di pace. 

(Si ferma, poi aggiunge sottovoce)

E infine voglio citare le cooperative agricole del Sud Italia che stanno recuperando varietà di grano antico, i vignaioli naturali delle Langhe e dell’Etna che lavorano la terra senza chimica perché credono che il terroir sia un patrimonio universale dell’umanità, i pescatori di Slow Fish che hanno scelto di pescare meno per pescare ancora tra vent’anni. Uomini e donne che tutti i giorni fanno scelte coraggiose.

Sono molto curioso. C’è un libro, un film, un’opera d’arte che spiega chi lei è davvero?
The Overstory di Richard Powers. È un romanzo sugli alberi, ma solo in apparenza. In realtà racconta come gli esseri umani siano strutturalmente incapaci di pensare su scale temporali diverse dalla propria vita. Negare il futuro è il vero problema del nostro presente.  Per il cinema le consiglio Il sale della terra, il documentario di Wim Wenders su Sebastião Salgado. Un fotografo che ha documentato la devastazione del pianeta e poi ha piantato due milioni di alberi nella foresta brasiliana semplicemente perché lo voleva fare. Lo voglio ricordare adesso che lui non c’è più. Era il 1998 quando con la moglie Lélia Deluiz Wanick lanciava un progetto ambizioso quanto visionario: ripiantare la foresta e far tornare insetti, uccelli e pesci in quella terra devastata. Con la fondazione dell’Instituto Terra hanno reclutato partner, raccolto fondi e piantato più di due milioni di alberi, trasformando completamente l’ambiente e offrendo una risposta concreta alla deforestazione e ai cambiamenti climatici. E per l’arte le cito le ceramiche di Lucie Rie. Non parlano di ambiente ma parlano della bellezza e della fragilità della materia.

Se avesse il potere di cambiare una sola cosa domani mattina, cosa sarebbe?
Metterei un prezzo reale al carbonio. Globale, serio, non negoziabile. Cambierebbe le regole del gioco per tutti e nello stesso momento. Renderebbe automaticamente convenienti le cose giuste e costose le cose sbagliate. Tutto il resto — le leggi, i sussidi, la cultura, l’educazione — sono necessarie ma senza un segnale economico forte che impone un prezzo da pagare a chi rallenta la transizione, stiamo cercando di navigare con la bussola rotta.

Come immagina il mondo tra cinquant’anni, se le cose andassero bene?
Un mondo in cui la parola “sostenibile” non esiste più. Perché davvero non serve. Come non diciamo “respirazione sostenibile” o “battito cardiaco sostenibile” perché semplicemente respiriamo e altrettanto semplicemente il nostro cuore batte. Vorrei delle città progettate per la vita, cibo che viene da suoli vivi e non viene mai sprecato, energia abbondante, rinnovabile e pulita. E poi vorrei una società dove il lavoro e le disuguaglianze non sono scomparse — sarei ingenua — ma non sono più ampliate da un sistema che premia l’estrazione a scapito della rigenerazione. E soprattutto sogno bambine e bambini che studieranno la crisi climatica del ventesimo e ventunesimo secolo come noi oggi studiamo la peste. Come qualcosa di terribile che è successo, che ci ha insegnato molto, e che non tornerà mai più.

Cosa vuol dire a chi oggi la sta abbandonando?
Tornate. Ma non lo fate per me, io esisto a prescindere. Fatelo per voi. Ogni giorno che manteniamo un sistema fragile, estrattivo e miope, è un giorno che lavora contro i vostri figli. Non è moralismo, è quello che accade. E a chi mi ha già abbandonata dico solo: ci rivedremo. Le crisi che state rimandando non scompaiono. Diventano solo più costose e difficili da superare.

L’ultima domanda, quella che fanno sempre a tutti: è ottimista o pessimista?

(Si ferma. Raccoglie la tazza vuota, la guarda come se cercasse qualcosa sul fondo.)

Sa qual è il problema di questa domanda? Che obbliga a scegliere tra due forme di inerzia. L’ottimista aspetta che le cose vadano bene. Il pessimista è convinto che non ci sia niente da fare. In entrambi i casi, si sta fermi. Io non sono né l’una né l’altra cosa. Sono ostinata. L’ostinazione non ha bisogno di sapere come va a finire. Va avanti lo stesso. Non perché sia sicura di vincere, ma perché fermarsi sarebbe peggio di qualsiasi sconfitta. L’ostinazione è l’unica postura intellettuale e morale che mi sembra onesta di fronte a quello che abbiamo davanti. Detto questo, se proprio vuole una risposta, le dico questo: sono pessimista sulla velocità ma ottimista sulla direzione. Il mondo sta andando dove deve andare, solo molto più lentamente di quanto dovrebbe.

(Si alza, stringe la mano)

E adesso mi scusi. Ho ancora molto da fare.

Il nostro caffè è finito. Mentre me ne vado, la vedo mentre riprende a lavorare. Sul tavolo, cartine, dati, progetti. Non sembra qualcuno che si arrende. Sembra qualcuno che sta aspettando che il mondo finisca di perdere tempo. Mi fermo sulla soglia della porta del suo ufficio.

Prima di lasciarla al suo lavoro, un’ultima cosa. Conosce il Questionario di Proust?
L’ho anche compilato, una volta, di nascosto. Ma non lo dico in giro.

C’è una domanda a cui vorrebbe rispondere adesso?

(Ci pensa. Stavolta la pausa è breve, come se la risposta fosse già pronta da tempo)

“Qual è il suo sogno di felicità?” Mi chiedono sempre cosa temo, cosa combatto, cosa ho perso, cosa rischio. Lo ha fatto anche lei. Per questo rilascio poche interviste. Nessuno mi chiede cosa sogno. E la risposta è questa: un giorno qualunque, in un posto qualunque del mondo, in cui una persona normale prende una decisione normale e quella decisione è naturalmente, automaticamente, inconsapevolmente la decisione giusta. Quel giorno qualsiasi è il mio sogno di felicità.

Vado via, domani dovrebbe essere un giorno qualsiasi. Speriamo,