Due figure retoriche sono insistentemente utilizzate nella comunicazione commerciale di questi mesi: l’italianità e la sostenibilità.
La prima è una forzatura del tutto spompata dalla realtà dei fatti. Ogni giorno la stampa denuncia l’inconsistenza fattuale dell’asserita italianità di molti prodotti in commercio, perché nel mercato globale la circolazione delle merci non viene regolata dalla nazionalità, quanto piuttosto dalla catena del valore: se di una materia prima, ma anche seconda, è più conveniente l’importazione, la logica del profitto vieta che si acquisti nello stesso Paese in cui si produce la merce finale. A volte se ne deve occupare la Magistratura, che impone rettifiche sulle etichette.
E, infatti, abbiamo avuto notizia di noti consorzi di tipici prodotti italiani e famose marche casearie che acquistano, per esempio, il latte da Paesi che hanno costi e disciplinari più laschi dei nostri. Lo stesso vale per il grano con cui in Italia si produce la pasta. E vale per l’olio d’oliva, il pomodoro, la frutta. E quando l’azienda che la confeziona è italiana, ma si avvale dello sfruttamento schiavistico di manodopera straniera per la mungiture o la raccolta stagionale, ci sarebbe poco da andare fieri dell’italianità di quei prodotti.
La cosa vale anche per il ciclo dell’auto che, grazie alle delocalizzazioni, viene prodotto in altri Paesi europei, perché il costo del lavoro, ma anche la tassazione, è più conveniente.
Durante la pandemia, abbiamo poi scoperto, ad esempio, che la stragrande maggioranza delle attrezzature sanitarie le compriamo all’estero, che anche le mascherine, i guanti chirurgici, i camici, le siringhe provengono da aziende basate all’estero.
Ecco allora che l’italianità è un bluff che rischia seriamente di mancare di rispetto all’intelligenza dei consumatori, che portano a casa confezioni con il tricolore nel packaging, ma che dentro di italiano hanno ben poco, e quando c’è, sarebbe più giusto proprio non acquistarli, per non contribuire alla catena dello sfruttamento bestiale.
Ci sarebbe poi da aggiungere che questo modo un po’ sguaiato di strombazzare l’italianità di certi prodotti non fa per niente bene all’idea commerciale del “made in Italy”, che invece gode di un’ottima reputazione, in Italia e all’estero.
Nel migliore dei casi, che il prodotto sia italiano, è un’argomentazione comparativa, dunque difensiva rispetto alla concorrenza, rinunciataria al confronto con le reali esigenze del consumatore, che è sempre meglio prendere in considerazione e sviluppare in comunicazione.