Si conclude il viaggio a puntate di Elisa Geraci alla scoperta della direttiva europea sui Green Claim che cambierà (in meglio) la qualità e la responsabilità della comunicazione ambientale delle imprese.
Questa direttiva, da sola e nella sinergia con le nuove norme che mano a mano stanno costellando il mondo dell’impresa di nuovi obblighi ESG in UE, rafforzerà le strategie generali dell’Unione, perché i nuovi obblighi e divieti riguardano non solo le imprese europee, ma tutte le imprese che commerciano nel mercato unico prodotti e servizi, anche se stabilite in Paesi terzi.
Darà maggiore efficacia al piano d'azione "inquinamento zero”, o alla strategia sulla biodiversità e integrerà le strategie che mirano settori specifici, come la strategia "Dal produttore al consumatore" ad esempio.
Questa direttiva ha molti obiettivi:
• accrescere il livello di tutela dell'ambiente;
• accelerare la transizione verso un'economia circolare, pulita e climaticamente neutra nell'UE;
• proteggere consumatori e imprese dal
greenwashing e consentire ai consumatori di prendere decisioni di acquisto informate, consapevoli, basate sulla fiducia nella responsabilità delle imprese;
• stabilire condizioni di vera parità per le imprese nel mercato interno, stimolare anche la concorrenza tra le imprese che si impegnano per aumentare la sostenibilità ambientale dei loro prodotti e delle loro attività e offrire soluzioni meno onerose per gli operatori che operano a livello transfrontaliero.
Il problema del
greenwashing è davvero reale.
Le stesse indagini della Commissione UE (condotte nel 2014 e poi nel 2020) mostrano dati allarmanti.
Su un campione di 150
claim ambientali esaminati dalla Commissione:
• il 53% fornisce informazioni vaghe, ingannevoli;
• il 40% non è comprovato.
Su un campione di 344
claim di sostenibilità valutati dalle autorità di controllo:
• in oltre metà dei casi (57,5%) l’impresa non fornisce elementi sufficienti per consentire la valutazione dell'esattezza della dichiarazione;
• le autorità hanno incontrato difficoltà nel determinare se la dichiarazione fosse relativa all'intero prodotto o solo a una delle sue componenti (50%);
• se si riferisse all'impresa o solo ad alcuni prodotti (36%),
• oltre che nell'individuare la fase del ciclo di vita dei prodotti che ne costituiva l'oggetto (75%).
Su 232 marchi di qualità ecologica esistenti nell'UE, in quasi la metà dei casi, i controlli sono deboli o non eseguiti.
I consumatori hanno inoltre dato prova di non essere consapevoli della differenza tra i marchi gestiti da sistemi di certificazione di terzi e i marchi basati sulle "autocertificazioni".
Oltre un quarto (27%) dei consumatori intervistati nel corso dell’ultimo studio di valutazione della Commissione (2020) ha dichiarato che un ostacolo rilevante per scelte di acquisto consapevoli è la proliferazione e/o la mancanza di trasparenza/comprensione/attendibilità dei loghi/marchi di sostenibilità di prodotti e servizi.
Il 34% delle imprese intervistate nello stesso studio della Commissione ha confermato il medesimo ostacolo.
Le imprese che compiono lo sforzo di aderire a sistemi di etichettatura ambientale affidabili o di svilupparli si trovano svantaggiate rispetto alle imprese che utilizzano marchi ambientali inattendibili sfruttando il fatto che spesso i consumatori non sanno distinguerli.
La proliferazione di sistemi di etichettatura privati e volontari, a livello nazionale di Stati membri e terzi, ha amplificato questa problematica, rendendo la raffrontabilità dei prodotti sempre più difficile per i consumatori.
Dalle risposte fornite dai portatori di interessi alla Commissione UE, è emerso un sostegno particolarmente forte a favore di un intervento dell'UE nel senso di costruire un approccio comune alle informazioni ai consumatori sulla sostenibilità, e, allo stesso tempo, di rafforzare le condizioni di parità delle imprese e limitare la proliferazione di marchi e asserzioni ambientali ingannevoli nel mercato unico.
Gli studi preliminari della Commissione hanno evidenziato che le imprese che offrono prodotti realmente sostenibili sono svantaggiate rispetto a quelle che non lo fanno, fintanto che non si sono regole comuni e certe, e che rischiano persino d'incorrere in costi di conformità inutilmente elevati.
Per tutte queste ragioni evidenziate dai dati, e per quanto abbiamo riguardo alla nuova stagione della sostenibilità, questa proposta di direttiva accende il dibattito e incontra enorme attenzione degli operatori.