Il Rapporto di Primavera 2026 dell'ASviS fotografa un'Italia in ritardo sugli Obiettivi dell'Agenda 2030, stretta tra instabilità geopolitica e opportunità di transizione. Famiglie, imprese e finanza credono nella sostenibilità, ma le politiche pubbliche restano frammentarie. Una sfida di competitività economica e di coesione sociale ben oltre la questione ambientale.
A livello globale, Il 2025 e l'inizio del 2026 hanno consegnato all'umanità uno scenario geopolitico tra i più complessi degli ultimi decenni. Le operazioni militari contro l'Iran hanno scosso l'intera regione mediorientale, aggravando le incertezze sull'approvvigionamento energetico e innescando effetti a cascata su materie prime e crescita economica. L'amministrazione Trump ha ritirato formalmente gli Stati Uniti dall'Agenda 2030 e smantellato incentivi alle rinnovabili, mentre a livello europeo si moltiplicano i tentativi di ridimensionare il Green Deal.
Eppure, proprio di fronte a questi attacchi, emergono segnali di reazione. Cresce la consapevolezza che la crisi energetica debba spingere ad accelerare la transizione, anche tra chi l'aveva ostacolata. Dal palco di Davos, il premier canadese Mark Carney ha invitato le potenze medie — Italia inclusa — a costruire un "realismo basato sui valori": diritti umani, sviluppo sostenibile, sovranità. Imprese di tutto il mondo continuano a orientarsi verso la transizione energetica. Il futuro, insomma, non è scritto.
Sul piano ambientale i dati restano allarmanti: nel 2024 la concentrazione atmosferica di CO₂ ha raggiunto il livello più alto degli ultimi due milioni di anni, il contenuto di calore degli oceani ha toccato nel 2025 un nuovo record assoluto, e il Rapporto Global Water Bankruptcy parla apertamente di "bancarotta idrica globale" in molte aree del pianeta. Il costo dell'inazione non è più differibile.