Il 15 aprile 2026, terza Giornata Nazionale del Made in Italy, trova il Mondo in profonda fibrillazione e l’Economia internazionale in grande difficoltà. Eppure tutti i dati a disposizione ci dicono che il Made in Italy continua a tirare con forza, a collocare il nostro Paese tra i più competitivi a livello planetario.
Secondo il report “Le nuove sfide del Made in Italy”, elaborato dal MIMIT proprio in vista della ricorrenza odierna, recentemente presentato dal Ministro Adolfo Urso e da Marco Fortis, Vice Presidente della Fondazione Edison e coordinatore del lavoro, l’Italia è quarta al mondo per export esclusi veicoli ed energia, terzo per surplus commerciale dopo Cina e Germania, unico Paese del G7 tornato in avanzo primario già dal 2024.
Il Made in Italy rappresenta un vantaggio competitivo per le nostre Imprese e un asset di fondamentale importanza per l’intero Paese. È quindi necessario, soprattutto in un frangente difficilissimo come quello attuale, sostenerlo attivamente, con misure tempestive ed efficaci.
Per approntare utili interventi a tutela del Made in Italy, però, occorre conoscere il fenomeno in modo pieno ed effettivo, affrancandosi da luoghi comuni e frasi fatte. Sarebbe sbagliato e pericoloso, infatti, porsi dinanzi alla questione restando ancorati a concetti del passato e ad immagini da cartolina: il Made in Italy rappresenta una realtà dinamica, in costante e rapida evoluzione.
Il Made in Italy, come confermato anche dal recente report del MIMIT sopra citato, oggi va ben oltre il suo ambito più tradizionale, sintetizzato nel canonico modello delle “cinque A”: Agroalimentare, Abbigliamento, Arredocasa, Automazione, Auto.
Nel documento si analizza l’evolvere del surplus commerciale italiano articolandolo su tre macro-comparti: il Made in Italy tradizionale (MIT – tessile, abbigliamento, pelletteria, calzature, mobili, ceramiche), la Meccanica (MEC – macchine e apparecchi non elettrici) e il “nuovo” Made in Italy (NMI – farmaceutica, cosmetica, occhiali, alimentari e bevande, cantieristica).
Le più attuali dinamiche del fenomeno trovano incontrovertibili conferme nell’andamento dei dati. Nel 2004, infatti, i quindici principali prodotti del comparto tradizionale erano in testa con 26,8 miliardi di dollari di surplus, contro i 14,1 miliardi del NMI. Vent’anni dopo, nel 2024, la situazione si è rovesciata: il NMI ha raggiunto 62 miliardi di surplus, vale a dire il 42,8% del totale dei quarantacinque prodotti analizzati, contro i 44,9 miliardi della Meccanica e i 38 miliardi del MIT.
Negli ultimi due decenni, insomma, il peso relativo del nuovo Made in Italy è più che raddoppiato, passando dal 17,8% al 42,8% del totale.
Al fine di rappresentare in modo più contemporaneo il fenomeno, lo studio affianca alle classiche “cinque A” cinque ulteriori e fondamentali pilastri.
In primo luogo, l’Economia della Salute, che abbraccia settori oggi particolarmente trainanti, che vanno dai dispositivi medici alla farmaceutica.
In secondo luogo, la Blue Economy e la Cantieristica, dove – prevalentemente in un’area che abbraccia la Toscana e la Liguria – esprimiamo davvero eccellenze di livello mondiale.
In terzo luogo, la Space Economy e le Industrie della Difesa, comparto che oggi trova una nuova centralità anche in virtù delle tensioni e dei conflitti deflagrati nel mondo.
In quarto luogo, l’Accoglienza e il Turismo, malgrado che sotto alcuni punti di vista nel campo il nostro Paese abbia inopinatamente perso qualche posizione.
In quinto luogo, le Industrie Culturali e Creative, che rivestono un ruolo assolutamente strategico, riversando un gradiente di originalità e irripetibilità su tutte le nostre produzioni.
Colpisce, guardando il Made in Italy da questa prospettiva, che un Paese come l’Italia, dalle dimensioni in fin dei conti piuttosto limitate, riesca ad esprimere un’economia così estremamente diversificata e capace di raggiungere gli angoli più lontani del Pianeta.
Ha confermato Adolfo Urso, parlando del Made in Italy: “La sua forza risiede nella diversificazione delle produzioni di eccellenza e dei mercati, che ha consentito all’Italia, anche nel difficile contesto del 2025, di affiancare il Giappone tra i principali esportatori mondiali e di registrare una crescita degli investimenti esteri di quasi il 20%”. E ha detto Marco Fortis: “L’Italia ha confermato da una parte i suoi punti di forza, che sono la diversificazione dei prodotti esportati e la diversificazione dei mercati, due elementi che ci permettono di ridurre i rischi sull’instabilità geopolitica, e dall’altra ha espresso una forte crescita di nuovi settori come la cantieristica, la farmaceutica, l’aerospazio, la cosmetica, che hanno affiancato la meccanica e i prodotti della moda, dell’agroalimentare e dell’arredocasa come punti di forza del nostro export”.
La schematizzazione necessaria nella redazione di questo articolo non ci consente di rendere pienamente giustizia ad altre numerose eccellenze del Made in Italy contemporaneo, dalla Robotica all’Energia, dalla Siderurgia all’Intelligenza Artificiale.
Il punto nodale che si vuole sottolineare è che il Made in Italy costituisce un fenomeno più articolato e complesso di come viene comunemente rappresentato.
Da un lato, esso comprende una forte componente tecnologica, tanto è vero che su queste pagine abbiamo ritenuto opportuno lanciare una nuova rubrica denominata “TechnItaly”, dedicata al Made in Italy della Tecnologia.
Dall’altro lato, esso non può prescindere dalle componenti artistiche e culturali, perché – come disse l’indimenticato Presidente Carlo Azeglio Ciampi – la nostra “economia si deve ispirare alla cultura, come sigillo della sua italianità”.
Dunque, nel celebrare il Made in Italy, al bando la superficialità, le immagini da cartolina, le soluzioni preconfezionate: usiamo l’intelligenza. D’altronde, per citare Alberto Savinio, “ad altri popoli l’intelligenza è necessaria, all’italiano è indispensabile”.