Sono 11 milioni le tonnellate di plastica riversate in mare ogni anno, 53.000 nel solo Mar Mediterraneo. Per smaltire un filtro di sigaretta servono almeno 10 anni, dai 20 ai 100 per una lattina di alluminio, 50 per una scatoletta in metallo, 450 per i pannolini usa e getta e almeno 100 per piatti e bicchieri di plastica. Per smaltire una bottiglia di vetro servono 4000 anni. Vogliamo lasciare tutto questo in spiaggia?
Secondo la classificazione 2024 presentata nel report condotto da SNPA (Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente) in collaborazione con ARPA (Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente) e ISPR (Istituto superiore per la ricerca applicata), il 95,6% delle aree di balneazione della costa italiana presa in esame (oltre 5.000 km) nel periodo 2020-2023 si inserisce nella classe di qualità “eccellente”, piazzando l’Italia al nono posto delle medie fornite dall’Unione Europea nel 2023.
Siamo davvero così bravi? La realtà è molto meno sensazionale di quanto sembri: nonostante le apparenze, non è un dato di cui andare troppo fieri. Il marine litter, l’inquinamento marino e costiero prodotto dai rifiuti che dalla terraferma raggiungono il mare attraverso i fiumi, il vento, gli scoli e gli scarichi urbani, sta ormai toccando livelli gravissimi di contenimento. Un dato drammaticamente testimoniato da numerosi progetti, dossier e interventi, che contribuiscono ad accrescere l’interesse per la salvaguardia ambientale e a far maturare la consapevolezza (e la preoccupazione) circa l’entità di portata globale che sta assumendo.
La cognizione e l’autocoscienza di dover necessariamente agire per fare il possibile (e possibilmente anche l’impossibile) per arginare questo fenomeno in tempi rapidissimi sono fondamentali. Bisogna partire dalla diffusione capillare del concetto che il pianeta non può più contenere la massa di rifiuti che l’uomo, con le prassi e le abitudini che ha assunto nell’era geologica attuale (l’Antropocene), produce e riversa sull’ambiente. E non è solo una questione ambientale, ma anche economica e sociale, che riguarda la sopravvivenza dell’uomo stesso. E non è una frase detta per dire: i dati sono decisamente allarmanti, e scandiscono il tempo che separa l’esistenza dell’uomo sul pianeta dal proprio limite incontrovertibile come lancette di un cronometro che conteggia un knock-out.
L’indagine Beach Litter del programma Spiagge e fondali puliti 2024 di Legambiente ha censito una media di 705 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia. Forse meglio ripeterlo: 705 rifiuti ogni 100 metri! È come percorrere in linea retta un campo da calcio e dover raccogliere per 705 volte un oggetto da terra. Ed è un dato che aumenta ogni anno.
Per quanto la stessa indagine rilevi che i pezzi di plastica siano slittati dal primo al secondo posto (dopo i mozziconi di sigarette, con una media di 101 cicche su 100 metri di spiaggia) rispetto al 2023, la percentuale di rifiuti plastici riversati complessivamente in mare (circa il 75% dei rifiuti marini a livello globale) continua a rimanere la più significativa, anche secondo i dati elaborati da Openpolis. Le ragioni sono da ricercarsi soprattutto nei tempi di smaltimento e nella capacità della plastica di disgregarsi in particelle piccolissime (microplastiche inferiori ai 5 millimetri) che si disperdono ovunque, creando una moltitudine di problemi ambientali alla flora, alla fauna e di conseguenza anche all’uomo.
Polimeri di plastica sono stati trovati in tutti i mari del mondo, dai ghiacci artici ai mari chiusi. Le analisi pubblicate da Earth Action in occasione del Plastic Over Shoot Day programmato per il prossimo 5 settembre (data stimata in cui la produzione di rifiuti plastici supererà la capacità di essere correttamente gestiti e smaltiti) evidenziano come la produzione mondiale di materiali plastici (che oggi supera i 320 milioni di tonnellate/anno, di cui la percentuale maggiore è utilizzata per packaging e imballaggi usa e getta) entro il 2040 è destinata a triplicare, passando da 11 a 29 milioni di tonnellate nel giro dei prossimi vent’anni.
Questo a livello globale. Anche nel Mare Nostrum. Molte ricerche finanziate dalla Comunità Europea evidenziano che più dell’80% dei rifiuti presenti nel Mediterraneo sono costituiti da microplastiche. Queste si dividono in due macrocategorie: microplastiche primarie e microplastiche secondarie. Le microplastiche primarie sono microparticelle di polimeri sintetici utilizzate come additivi di prodotti (ad esempio cosmetici, ma anche detersivi e tessuti) o come materiale per la produzione di manufatti. Le microplastiche secondarie sono microparticelle di polimeri sintetici che si creano a causa della frammentazione degli oggetti di plastica abbandonati.
Qualcosa sta cambiando. La Giornata Mondiale della Terra 2024, promossa dall’ONU e celebrata lo scorso 22 aprile, è stata dedicata al tema Planet vs. Plastics e grazie all’impegno delle associazioni ambientaliste i bicchieri di plastica sono stati inseriti nella direttiva europea SUP – Single Use Plastic, la legge contro i cotton fioc non biodegradabili è stata approvata e le microplastiche nei cosmetici da risciacquo sono state vietate.
La pulizia delle spiagge è il preludio necessario alla salvaguardia del mare: contro il marine litter, bisogna primariamente agire sul beach litter. Per fortuna la sensibilizzazione su queste tematiche si sta rapidamente diffondendo. Il World Cleanup Day 2024 si tiene globalmente il 16 settembre, e sono tantissime ormai le iniziative cui partecipare a livello locale; progetti, programmi e gruppi che si impegnano per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di rispettare l’ecosistema delle spiagge , dai centri regionali di educazione ambientale a Fridays for Future, da Extinction Rebellion a campagne di crowfunding e progetti artistici collettivi locali e internazionali, tutti volti all’affermazione sempre più radicata di uno stile comportamentale e di consumo sostenibile e consapevole.
Ma la cosa più importante, e più alla portata di tutti, è l’attenzione e il rispetto di ciò che facciamo, di cosa scegliamo e di come viviamo, affinché il Mare Nostrum possa effettivamente rimanere “nostro”.